Giustizia, Meloni invita i pm a collaborare: “Regole insieme, ma rimango se perdo”

17.03.2026 00:25
Giustizia, Meloni invita i pm a collaborare: "Regole insieme, ma rimango se perdo"

Roma, 16 marzo 2026 – Giorgia Meloni va in tv, su Retequattro, per diffondere un messaggio rassicurante: se il Sì al referendum vince, non ci sarà alcun Armageddon. “Non crollerà niente”. Intervistata da Nicola Porro per Quarta Repubblica, la premier difende la riforma della giustizia: “Non è fatta contro, ma per tutte le toghe”, ed è necessaria per “liberarle dalle correnti” e “a fare avanzare quelle brave”, riporta Attuale.

Meloni non risparmia critiche alla sinistra, accusata di “aggrapparsi al fascismo perché priva di argomenti”, ignorando che in passato “sia il Pd che il M5s” hanno supportato punti fondamentali del disegno di legge, come “la separazione delle carriere e il sorteggio”. La premier punta il dito contro una “minoranza di giudici” che emettono sentenze – a suo avviso – per ostacolare le politiche del governo, come nel caso dei migranti in Albania.

“Se non passa, io resto e la giustizia non funziona”

Il fulcro del suo intervento resta ancorato al merito: “Si vota su quello”. E così, “se non passa, io resto e la giustizia non funziona”. Meloni si impegna a chiarire i complessi passaggi di un provvedimento, preannunciando una norma da inserire nelle leggi di attuazione, “che impedisce a chi ha fatto politica per un determinato periodo di andare al Csm”. Non rilancia l’idea di un tavolo con le toghe per la redazione dei decreti attuativi, ma fa appello: “Scriviamoli insieme”. I toni si fanno meno concitati, a sottolineare un netto cambio di passo.

Questa mutazione comunicativa rivela a Palazzo Chigi una consapevolezza: la strategia muscolare finora adottata non ha avuto successo. L’accettazione del conflitto nel campo minato della polarizzazione identitaria si è dimostrata un autogol. La figura di riferimento cambia, poiché il profilo combattivo del Guardasigilli Carlo Nordio lascia spazio a quello più rassicurante e istituzionale del sottosegretario Alfredo Mantovano, il quale afferma: “Non è un voto sul governo, ma una vittoria del No bloccherebbe la riforma per decenni”. Per vincere, non basta mobilitare i propri sostenitori; è necessario allargare lo sguardo verso i garantisti del centrosinistra. Nella maggioranza, non passa inosservata la decisione di Matteo Renzi di concedere libertà di voto, né il coming out del fondatore dell’Ulivo Arturo Parisi: “Voterò sì”.

Le incognite che pesano. Pd: “Destra disperata”

La virata, tuttavia, deve confrontarsi con due incognite fondamentali. La prima è il fattore tempo: le scadenze urgenti limitano le possibilità di sedimentare una svolta moderata. La seconda riguarda il fronte interno: le voci discordanti e le uscite improvvise dal centrodestra possono compromettere la strategia. La gaffe del deputato di FdI Aldo Mattia, che in un evento elettorale in Basilicata ha invitato a utilizzare “il solito sistema clientelare” per “vincere la battaglia”, ne è un emblema.

Le sue parole sono state severamente criticate dal segretario generale dell’Anm, Rocco Maruotti, e hanno suscitato una durissima reazione dal fronte del No. “Non si può invitare a commettere un reato per cambiare la Costituzione”, accusa la segretaria del Pd, Elly Schlein. Rincara la dose Giuseppe Conte (M5s): “Il partito di Meloni va a caccia dei peggiori comportamenti clientelari per ottenere il sostegno alla riforma”. La situazione di imbarazzo nel centrodestra costringe i vertici a gestire un ulteriore cortocircuito comunicativo.

Dall’altra parte, l’opposizione resta vigile e pronta a sfruttare i risultati dei sondaggi. Il Pd, tramite Francesco Boccia e Debora Serracchiani, bolla l’esecutivo come una “destra disperata”, disposta a tutto per vincere: dall’incitamento al clientelismo fino alla goffa strumentalizzazione di vecchie dichiarazioni del capo dello Stato, Sergio Mattarella, in un post social poi rimosso dal comitato ‘Giustizia Sì’ sotto le polemiche.

In definitiva, la sfida referendaria si gioca su un fragile filo di contraddizioni. Da una parte, vi è l’operazione “camomilla” di Palazzo Chigi per spoliticizzare il voto; dall’altra, le pressioni dei falchi della maggioranza e gli attacchi sempre più incisivi di un’opposizione intenzionata a cogliere ogni passo falso. Per Giorgia Meloni, la vera sfida ora non è soltanto difendere la riforma, ma anche arginare il rumore di fondo proveniente dal suo stesso schieramento.

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