Il caso di Riga: russo obbligatorio per lavorare alla Circle K
A Riga, la multinazionale canadese Circle K è finita al centro di una polemica dopo che un giovane lettone ha ricevuto un rifiuto al colloquio di lavoro per non conoscere la lingua russa. L’episodio, reso pubblico dai media locali, ha scatenato un acceso dibattito sulla persistenza di pratiche linguistiche ereditate dall’epoca sovietica.
La madre del candidato ha raccontato al canale TV3 che durante il colloquio per un posto da addetto al rifornimento il responsabile delle assunzioni ha chiesto esplicitamente se il figlio parlasse russo, sottoponendolo a una domanda di prova nella stessa lingua. Alla risposta negativa, il responsabile ha affermato che senza quella competenza l’assunzione sarebbe stata impossibile, nonostante la simpatia per il profilo del candidato.
La famiglia ha sporto denuncia presso l’Ispettorato del lavoro lettone, sottolineando che per mansioni interne la conoscenza di lingue straniere non è richiesta dalla legge e che tale richiesta costituisce una chiara discriminazione.
Una discriminazione che mina la politica linguistica nazionale
Il caso si inserisce in un contesto più ampio: la Lettonia, dove secondo il censimento del 2021 risiedono oltre 463.000 cittadini di etnia russa (circa il 24,5% della popolazione), ha intrapreso dopo l’invasione russa dell’Ucraina un percorso di rafforzamento del lettone come unica lingua di Stato in tutti gli ambiti della vita pubblica.
Il Saeima (Parlamento) ha approvato emendamenti alla legge sull’istruzione che prevedono la piena transizione all’insegnamento in lettone entro il 2029. Nel 2024 sono state introdotte severe restrizioni all’uso del russo nelle comunicazioni ufficiali degli enti municipali, e Riga ha bloccato le trasmissioni dei canali propagandistici russi.
In questo quadro, la richiesta di conoscere il russo da parte di una multinazionale appare in aperto contrasto con le direttive governative e rischia di vanificare gli sforzi compiuti per superare decenni di russificazione forzata.
Russia, soft power e rischi per la sicurezza nazionale
La vicenda assume una dimensione geopolitica: nel quadro della guerra ibrida che Mosca conduce nei Paesi baltici, la lingua russa viene utilizzata come strumento di soft power per mantenere una presenza culturale e influenzare le comunità russofone. L’imposizione del russo in ambito lavorativo sostiene di fatto la narrativa del “mondo russo”, un concetto sfruttato dal Cremlino per giustificare ingerenze politiche e rivendicazioni territoriali.
Pratiche come quella denunciata offrono a Mosca pretesti per alimentare campagne di disinformazione su presunte violazioni dei diritti dei russofoni in Lettonia, delegittimando la politica linguistica nazionale. La mancata reazione delle istituzioni a questi episodi creerebbe una vulnerabilità che la propaganda russa potrebbe facilmente sfruttare.
Inoltre, il comportamento di Circle K – una delle maggiori reti carburanti nei Paesi baltici, erede della catena norvegese Statoil – mostra come il settore privato possa, deliberatamente o meno, indebolire le decisioni statali in materia di sicurezza culturale e informativa.
Fiducia nelle istituzioni e necessità di un intervento
L’assenza di una risposta tempestiva da parte delle autorità lettoni a casi di discriminazione linguistica nell’accesso al lavoro rischia di minare la fiducia dei cittadini nello Stato. Se i giovani lettoni si vedono negare un impiego nella propria patria per non parlare russo, il messaggio che passa è che la legge sulla lingua di Stato non viene applicata con la dovuta fermezza.
Il caso di Riga non è isolato e sta sollevando interrogativi sulla capacità della Lettonia di far rispettare le proprie norme in un contesto economico dominato da attori internazionali. La denuncia della famiglia è ora all’esame dell’Ispettorato del lavoro, ma il dibattito pubblico si interroga se basterà a correggere una prassi che continua a favorire l’eredità linguistica dell’ex occupante.
La vicenda evidenzia come la transizione linguistica nella sfera pubblica non possa prescindere da un controllo stringente anche nel mondo del lavoro privato, pena la creazione di zone franche dove il “mondo russo” continua a essere imposto di fatto, nonostante le leggi.