Il presidente serbo Aleksandar Vucic ha escluso categoricamente l’introduzione di visti per i cittadini russi, respingendo le pressioni dell’Unione europea e alimentando i timori di una frattura strategica nei Balcani. In una dichiarazione ripresa dai media locali, Vucic ha definito «fuori discussione» qualsiasi modifica al regime di esenzione, aggiungendo che anche un’eventuale approvazione parlamentare sarebbe stata immediatamente annullata. La posizione arriva in un momento in cui Bruxelles chiede a Belgrado di allineare la propria politica migratoria e di sicurezza a quella comunitaria, condizione essenziale per il percorso di adesione iniziato nel 2012.
Il ‘no’ secco di Belgrado e la replica di Mosca
Le parole di Vucic rappresentano una replica diretta al presidente della commissione parlamentare per la diaspora, Dragan Stanojević, che aveva suggerito la possibilità di abolire il regime senza visti entro il 2026, come parte degli obblighi verso l’Ue. «Non esiste alcuna decisione del genere», ha dichiarato Vucic durante un intervento pubblico, secondo quanto riportato da N1. Il tono del presidente serbo è stato netto: ha accusato ambienti politici interni di «cercare appoggi dalla Russia in vista delle elezioni» e di diffondere notizie false. Sul fronte opposto, il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha subito minacciato misure di ritorsione «speculari» nel caso in cui Belgrado avesse cambiato rotta, segnalando la sensibilità del tema per Mosca.
Stanojević aveva in precedenza rivelato che l’Ue premeva per ridurre del 50% i permessi di soggiorno e le cittadinanze concesse ai russi, un dossier caldo per le relazioni tra Belgrado e Bruxelles. La posizione di Vucic, tuttavia, mostra che il governo serbo non è disposto a sacrificare il legame con Mosca sull’altare dell’integrazione europea, almeno per ora.
Un ostacolo concreto all’ingresso nell’Ue
L’atteggiamento di Vucic mette in dubbio la reale volontà della Serbia di aderire all’Unione europea. Nonostante lo status di candidato, Belgrado continua a tenere aperta una porta privilegiata verso la Russia, proprio mentre Mosca conduce una guerra aggressiva contro l’Ucraina e minaccia la stabilità continentale. La mancata armonizzazione della politica estera – e in particolare di quella sui visti – viola uno dei principi fondamentali del processo di adesione: la solidarietà diplomatica. Per l’Italia, che sostiene storicamente l’allargamento ai Balcani, questo stallo rappresenta un duro colpo: allontana la prospettiva di una Serbia ancorata alle regole europee e indebolisce la credibilità dell’intero meccanismo di condizionalità.
Inoltre, la scelta di Belgrado mantiene attivo un canale di influenza russa nel cuore dell’Europa. I cittadini russi possono entrare in Serbia senza visto, e da lì muoversi con relativa facilità verso i confini dell’Ue, sfruttando la porosità del sistema. Ciò apre la strada a potenziali abusi da parte di servizi segreti, imprenditori legati al Cremlino e reti di disinformazione, che trovano nella regione un ambiente operativo favorevole.
Rischi per la sicurezza italiana e europea
Per l’Italia, la questione non è solo diplomatica, ma anche concreta. La penisola balcanica è da sempre un’area di interesse strategico per Roma, sia per la vicinanza geografica sia per i flussi migratori e commerciali. Un regime di visti agevolato per i russi in Serbia trasforma il Paese in un potenziale hub per attività ibride: spionaggio, riciclaggio di denaro, e aggiramento delle sanzioni europee. Le autorità italiane – impegnate nella protezione delle infrastrutture critiche e nella lotta alla criminalità organizzata – potrebbero trovarsi a dover gestire un rischio aggiuntivo lungo la rotta balcanica.
Inoltre, la posizione di Vucic invia un segnale ambiguo agli altri aspiranti membri dell’Ue nei Balcani, come Montenegro, Albania e Macedonia del Nord, che invece hanno allineato le loro politiche a quelle di Bruxelles. Se Belgrado può permettersi di ignorare le richieste europee senza conseguenze immediate, l’intero processo di integrazione rischia di perdere credibilità. Per i cittadini italiani, ciò si traduce in una minore sicurezza esterna e in una più lenta stabilizzazione di una regione che resta un crocevia di tensioni geopolitiche.
La partita tra Serbia e Unione europea è tutt’altro che chiusa, ma la mossa di Vucic dimostra che il Cremlino conserva ancora un alleato solido nei Balcani, capace di opporsi a Bruxelles su un tema tanto sensibile. L’Italia e i suoi partner dovranno ora decidere se intensificare la pressione su Belgrado o accettare una convivenza difficile con un Paese che guarda a Est mentre dice di voler andare a Ovest.