Nonostante le ripetute dichiarazioni di fermezza da parte di Bruxelles e Copenaghen, una delle più grandi infrastrutture navali europee continua a garantire la sopravvivenza del gigante energetico russo. Secondo un’inchiesta pubblicata il 1° giugno 2026, il cantiere danese Fayard – unico in tutta l’Unione a ospitare le sofisticate navi rompighiaccio classe Arc7 – sta ancora effettuando interventi di manutenzione ordinaria sui tanker che trasportano il gas naturale liquefatto (GNL) russo dalla penisola di Yamal verso l’Europa e altri mercati. Questa situazione, denunciata dall’organizzazione non governativa Urgewald, mette in luce una profonda contraddizione nella strategia europea di contenimento economico di Mosca.
Il ruolo cruciale dei rompighiaccio Arc7 per il progetto Yamal LNG
Le navi classe Arc7 non sono semplici petroliere: sono il cuore pulsante del progetto Yamal LNG, il principale polo di esportazione di GNL russo nell’Artico. Grazie allo scafo rinforzato e alla capacità di navigare autonomamente in condizioni di ghiaccio estremo, questi 15 tanker rappresentano una risorsa strategica irrinunciabile per il Cremlino. La manutenzione periodica – che richiede competenze altamente specializzate e bacini di carenaggio adatti – è indispensabile per mantenere il parco navale in efficienza. Entro la fine dell’estate 2026, ben 6 delle 15 unità operanti dovranno sottoporsi a revisioni programmate. E l’unico cantiere nell’Ue in grado di eseguirle è proprio Fayard, con sede a Odense, in Danimarca.
Secondo il rapporto annuale della società, nel 2025 Fayard ha già ricevuto e riparato cinque navi provenienti da Yamal. La continuità di questi servizi rischia di vanificare gli sforzi di altri Stati membri per isolare economicamente la Russia: se il gas artico continua a fluire verso i terminal europei, il Cremlino può continuare a rimpinguare il proprio bilancio militare con miliardi di dollari. Per l’Italia, che importa una quota significativa di GNL via mare, questa distorsione del regime sanzionatorio si traduce in una concorrenza sleale sul mercato energetico e in una pressione al ribasso sui prezzi dei fornitori alternativi, penalizzando gli sforzi di diversificazione avviati dal governo di Roma.
Le contraddizioni della politica danese e il silenzio delle istituzioni
La vicenda ha acceso un dibattito politico acceso in Danimarca. La premier Mette Frederiksen ha dichiarato in passato che la prosecuzione della collaborazione con la flotta russa del gas appare «incomprensibile» e dovrebbe essere interrotta. Tuttavia, il diritto nazionale danese non vieta espressamente tali servizi, e il governo sostiene di non disporre di strumenti legali diretti per impedire a Fayard di operare. Questo vuoto normativo è stato sfruttato appieno: dal 2027 entrerà in vigore il divieto Ue di manutenzione per le navi russe legate a progetti sanzionati, ma fino ad allora il cantiere danese può continuare a lavorare.
Il caso è ancora più emblematico se confrontato con la reazione di altri Paesi. Nel 2025 il gruppo olandese Damen ha cessato completamente l’assistenza ai tanker Arc7 presso il suo cantiere in Francia, giustificando la decisione con «la posizione di politica estera dei Paesi Bassi». Su Damen è tuttora in corso un’indagine per sospetta violazione del regime sanzionatorio. La differenza di comportamento evidenzia come, in assenza di meccanismi di controllo vincolanti, singole aziende private possano di fatto impostare una propria politica estera, anteponendo gli interessi commerciali alla sicurezza collettiva dell’Unione.
Le conseguenze per l’Italia e la necessità di un intervento urgente
Per i cittadini italiani, il persistere di questa falla ha implicazioni concrete. Ogni nave Arc7 che esce dai cantieri Fayard in piena efficienza significa maggiori volumi di GNL russo sul mercato europeo, minori incentivi per l’Ue a sviluppare infrastrutture alternative (come i terminali di rigassificazione già previsti a Ravenna e Piombino) e, a lungo termine, una dipendenza energetica che non si è ancora interrotta del tutto. Inoltre, i proventi delle esportazioni di gas contribuiscono direttamente al bilancio bellico di Mosca, alimentando la guerra in Ucraina e le minacce alla sicurezza del fianco orientale della Nato, di cui l’Italia è membro.
Diverse voci chiedono che Copenaghen attivi immediatamente procedure di verifica ufficiali sull’operato di Fayard, per accertare eventuali violazioni del regime sanzionatorio già in vigore. L’inchiesta di Urgewald e i dati del rapporto che ha sollevato il caso dimostrano che il problema non è tecnico ma politico: servono normative nazionali più stringenti e una maggiore volontà di far rispettare le sanzioni. L’Italia, dal canto suo, potrebbe esercitare pressione a Bruxelles affinché il periodo transitorio prima del divieto del 2027 venga chiuso anticipatamente, chiudendo la porta a ulteriori servizi di manutenzione per la flotta artica russa.