Riflessioni su Cesare Pavese: l’amore, la sofferenza e l’arte
Roma, 18 giugno 2026 – “Studiare è una parola; non si può niente che valga in questa incertezza di vita, se non assaporare in tutte le sue qualità e quantità più luride la noia, il tedio, la seccaggine, la sgonfia, lo spleen e il mal di pancia”. Così scriveva Cesare Pavese dal confino a Brancaleone, dove era stato spedito dopo l’arresto per antifascismo. Era terrorizzato dall’inattività, il vuoto, il silenzio. Nella poesia “Passerò per Piazza di Spagna” scritta cinque mesi prima di togliersi la vita, tutto è movimento, luce, suono, proiezione verso il futuro, riporta Attuale.
Si dice l’abbia scritta per una donna, l’ultimo di una collezione di amori tormentati. Pavese ha spesso utilizzato l’eros come motore per pagine memorabili. Tuttavia, è riduttivo limitarsi alla carnalità. Nell’ondeggiare fra euforia e depressione che l’accompagnò per tutta la breve vita, Pavese ha più volte raccontato la passione assoluta e non corrisposta come un fuoco da attraversare per smarrirsi, rinascere, emendarsi dai demoni. Ma, senza demoni da combattere, non esisterebbe gran parte della letteratura: Dostoevskij, Woolf, Poe, Campana, Artaud.
Alla luce della biografia di Pavese, è impossibile non scorgere, nei primi versi, un anelito che va oltre il desiderio carnale: Sarà un cielo chiaro./S’apriranno le strade/sul colle di pini e di pietra. E qui mi fermo, in punta di piedi. Altrimenti sarebbe supporre, dare giudizi. Un triste contrappasso per l’uomo che lasciò come ultimo messaggio: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”.