La depressione perinatale colpisce anche i padri: un uomo su dieci ne soffre

22.06.2026 08:05
La depressione perinatale colpisce anche i padri: un uomo su dieci ne soffre

La depressione perinatale nei padri: un problema sottovalutato

Circa un padre su dieci soffre di depressione nel periodo che va dall’inizio della gestazione del figlio fino a un anno dopo la nascita, secondo uno studio che ha coinvolto più di un milione di partecipanti in oltre trenta paesi nel mondo. Si chiama depressione perinatale, anche se molti la conoscono come depressione post partum. È un problema piuttosto conosciuto (anche se non sempre curato bene) per quanto riguarda le madri, tra le quali è circa due volte più frequente e dieci volte più studiato. Negli ultimi trent’anni, però, un numero crescente di ricerche ha mostrato che anche nei padri è diffusa e che anche sui loro corpi diventare genitori può avere effetti misurabili, riporta Attuale.

I sintomi sono generalmente quelli che compaiono anche nelle madri: la sensazione di vuoto che riempie gran parte delle giornate, il calo di interesse verso le cose di tutti i giorni, la difficoltà a concentrarsi, il calo o l’aumento di peso, e il sonno che sfugge oppure che non basta mai. Spesso, però, nei padri compaiono anche irritabilità, frustrazione e una maggiore conflittualità con chi sta loro intorno.

Questi sintomi possono sembrare diversi o meno intensi di quelli nelle madri, ed in molti casi è perché vengono mascherati per non disattendere le aspettative più comuni sulla mascolinità. Tradizionalmente, si pensa alla figura paterna come affidabile e forte. Oggi, alcuni psicologi sottolineano che possono convivere sia le pressioni affinché un padre sia breadwinner, cioè responsabile del sostentamento economico, sia nurturer, chi accudisce.

A rinforzare queste idee ci sono anche i parenti, gli amici e il personale sanitario che i nuovi genitori incontrano durante la gravidanza e il parto. Quando quel ruolo non viene completamente rispettato, la sensazione di inadeguatezza può trasformarsi in senso di colpa, vergogna, isolamento, in un rapporto complicato con il cibo o nell’abuso di alcol e droghe.

Spesso, questi sintomi vengono fraintesi o sottostimati, anche da persone esperte. Gli strumenti per misurare la depressione perinatale, per esempio, sono stati costruiti per le madri, risultando meno accurati per i padri. Il test più usato è la Scala di Edimburgo (EPDS), un questionario di autovalutazione che chiede di valutare dieci affermazioni. Da quelle risposte si ricava un punteggio che permette di stimare la probabilità che il genitore stia soffrendo di depressione. Alcuni ricercatori hanno proposto di abbassare la soglia quando il test è rivolto a un uomo, oppure di costruirne uno pensato appositamente per i padri e la loro sintomatologia.

Con strumenti tarati in questo modo, contare quanti padri soffrono di depressione perinatale diventa complicato. In Italia, le ricerche al riguardo non sono molte e mostrano risultati diversi tra loro. Uno studio condotto in Lombardia e pubblicato nel 2017 ha somministrato la Scala di Edimburgo a 126 uomini diventati padri per la prima volta, seguendoli dal parto fino a un anno dopo. L’undici per cento aveva sintomi gravi, il 37% moderati o lievi.

Un’altra ricerca, pubblicata nel 2023, ha trovato percentuali più basse, utilizzando un diverso protocollo. Durante le prime visite dei neonati, i pediatri hanno fatto ai genitori domande sulla loro salute e sulla depressione, impiegando un test alternativo basato su due domande. Su 2.650 madri, quasi il 20% ha riferito di aver provato sintomi depressivi; tra i 2.231 padri, la percentuale è scesa al 6% e in circa il 5% delle coppie i sintomi erano presenti in entrambi i genitori.

Dalla depressione di un genitore dipende spesso anche quella dell’altro, come osservato in altri studi. La depressione nella madre rende più probabile quella nel padre, e viceversa. Non si condivide solo la stanchezza delle notti insonni, ma anche il contesto che può rendere il disturbo più probabile: difficoltà economiche, relazioni conflittuali e mancanza di una rete di sostegno.

Queste corrispondenze si osservano anche nei figli. Nel 2005, il gruppo di ricerca dell’Università di Oxford, guidato dallo psichiatra Paul Ramchandani, ha pubblicato uno studio su ventiseimila genitori con sintomi depressivi nelle prime settimane dopo il parto, per poi osservare il comportamento dei bambini a tre anni e mezzo. “La correlazione tra lo sviluppo comportamentale dei ragazzi e la depressione nei loro padri è sorprendente”, aveva dichiarato Ramchandani ai microfoni di NBC News. Ricercatori successivi hanno confermato che i figli di padri depressi hanno un rischio più alto di sviluppare problemi emotivi o comportamentali.

I programmi dedicati ad aiutare i padri in difficoltà sono scarsi. Una revisione del 2020 ha contato che negli ultimi 25 anni erano stati avviati solo una decina di interventi per la depressione perinatale paterna. Per questo, pochi padri cercano aiuto e quando ci provano spesso lo fanno in ritardo. Uno studio pubblicato a marzo 2024 ha analizzato i dati clinici di oltre un milione di uomini che hanno avuto figli in Svezia tra il 2003 e il 2021, evidenziando un aumento di oltre il 30% delle diagnosi di depressione rispetto al periodo pre-concepimento, con un picco a un anno dalla nascita.

Sulle ragioni che spingono a chiedere aiuto in ritardo ci sono alcune ipotesi. La prima è che durante la gravidanza e nei primi mesi dopo il parto l’attenzione sia rivolta alla madre e al bambino, mentre il padre tiene per sé le proprie difficoltà. Un’ulteriore spiegazione è che la stanchezza accumulata rende i sintomi così intensi da non poter più essere nascosti. Anche le attenzioni verso i neogenitori tendono a diminuire dopo i primi mesi.

Alcuni hanno osservato come in Svezia il picco delle diagnosi coincida con il momento in cui molte madri tornano al lavoro. Una tendenza simile si può notare anche in Italia, dove i sintomi tendono ad aumentare intorno al quinto o sesto mese dopo il parto, momento in cui spesso termina il congedo di maternità. È stata così formulata la teoria del “disallineamento evolutivo”, che evidenzia come nel corso della storia umana i bambini siano stati accuditi da una rete di familiari e membri della comunità, mentre oggi la responsabilità ricade quasi esclusivamente sui genitori.

Gli studiosi hanno cercato spiegazioni al fenomeno anche nei cambiamenti biologici che avvengono con la paternità. Alcune ricercatrici canadesi hanno osservato per la prima volta nel 2000 che negli uomini il livello di testosterone diminuisce dopo la nascita di un figlio, mentre studi precedenti hanno messo in luce un’associazione tra bassi livelli di testosterone e sintomi depressivi maschili, suggerendo che i cambiamenti ormonali possono contribuire alla vulnerabilità psicologica dei neopadri.

Questi cambiamenti, però, non riguardano solo gli ormoni. Darby Saxbe, psicologa della University of Southern California, ha mostrato che anche il cervello dei padri subisce modifiche misurabili durante la transizione alla genitorialità. I risultati hanno evidenziato che il volume di materia grigia, regione del sistema nervoso coinvolta nelle funzioni quotidiane, diminuisce dopo la nascita, con riduzioni più marcate nei padri che presentano sintomi più gravi di depressione, ansia e disturbi del sonno.

Sebbene questi cambiamenti fisici siano significativi, Saxbe ha suggerito di non medicalizzare eccessivamente il fenomeno, affinché non vengano trascurate le cause sociali e culturali. Molti studi hanno infatti dimostrato che la depressione perinatale negli uomini dipende da diversi fattori, come una storia precedente di depressione e difficoltà economiche o relazionali. È cruciale individuare precocemente i sintomi e coinvolgere entrambi i genitori nei percorsi di supporto per prevenire che

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