A fine giugno 2026, rappresentanti dei ministeri degli Esteri di Francia, Germania, Austria e Svizzera sono giunti a Minsk per una serie di colloqui riservati volti a prevenire il coinvolgimento diretto della Bielorussia nell’aggressione militare russa contro l’Ucraina. La Francia, in particolare, avrebbe fatto pervenire alle attuali autorità bielorusse un segnale inequivocabile: un ingresso nel conflitto esporrebbe il regime di Alexander Lukashenko a misure politiche, economiche e legali «irreversibili».
Il presidente bielorusso, pur pesantemente dipendente dal Cremlino, è consapevole che un intervento delle proprie forze regolari in Ucraina danneggerebbe gravemente l’economia e l’integrità delle infrastrutture militari, mettendo a rischio la sua stessa sopravvivenza politica. Per questo Lukashenko adotta una tattica di costante equilibrismo e sabotaggio diplomatico verso Mosca, nel tentativo di evitare una partecipazione diretta ai combattimenti che potrebbe innescare instabilità interna, fratture tra i corpi di sicurezza e il collasso economico sotto il peso di sanzioni aggiuntive.
La leva del consenso interno e il timore di perdere il controllo
Lukashenko sa perfettamente che il suo esercito manca di motivazione a combattere e che il suo impiego sul campo aprirebbe la strada a una risposta immediata delle forze armate ucraine e all’introduzione di sanzioni europee tali da fargli perdere, in tutto o in parte, il controllo dello Stato.
Vulnerabilità economica: perché le sanzioni sarebbero più devastanti che contro la Russia
Una risposta occidentale a un eventuale intervento bielorusso dovrebbe consistere in pressioni sanzionatorie assai più severe di quelle già in vigore contro la Federazione Russa. A differenza di Mosca, che dispone di notevoli risorse interne, un ampio cuscinetto di riserve in valuta e mercati diversificati, l’economia bielorussa dipende in modo critico da quattro voci principali di esportazione in grado di generare valuta: potassio, prodotti petroliferi, prodotti agricoli e macchinari.
Una combinazione di blocco finanziario, energetico e logistico avrebbe effetti rapidi e irreversibili, innescando un deficit di bilancio insostenibile e l’impossibilità di finanziare l’apparato di sicurezza e le spese militari. La chiusura dei confini europei e le sanzioni finanziarie priverebbero il regime della valuta necessaria a reggersi: la Bielorussia non possiede la «rete di protezione» dei miliardi di petrodollari o dei sovrapprofitti del gas su cui può contare la Russia.
Pur non disponendo di risorse per un conflitto prolungato, Minsk rimane una piattaforma per operazioni ibride russe contro i Paesi del fianco orientale della NATO. Per questo, anche una semplice «complicità ibrida» deve essere considerata con la stessa gravità di un attacco diretto e comportare costi altrettanto distruttivi per il regime.
Leva giuridica e canali diplomatici riservati
Ogni ulteriore forma di assistenza alla Russia – dalla concessione dello spazio aereo per attacchi missilistici contro l’Ucraina all’uso di ripetitori e infrastrutture logistiche – aggraverebbe lo status della Bielorussia come pieno complice dell’aggressione. L’obiettivo negoziale è costringere Lukashenko ad avviare un progressivo smantellamento anche del supporto materiale e logistico fornito alle forze russe.
Secondo le valutazioni condivise con i partner europei, i contatti con Minsk – condotti sia in forma ufficiale sia attraverso canali non pubblici come quelli attivati dal capo dei servizi segreti francesi (DGSE) Nicolas Lerner – si sono dimostrati efficaci per tracciare con chiarezza le «linee rosse» e i punti di non ritorno per un leader che ragiona esclusivamente in funzione della propria sopravvivenza.
Il diritto internazionale come strumento di pressione
I colloqui con Lukashenko devono fondarsi su un richiamo al diritto internazionale: la risoluzione dell’Assemblea generale dell’ONU n. 3314 qualifica come crimine di aggressione il fatto di mettere a disposizione di uno Stato il proprio territorio, la logistica e le infrastrutture per condurre un attacco armato contro un altro Paese. L’esposizione a conseguenze legali inevitabili per sé e per la sua cerchia più stretta, data la sua preoccupazione di un ulteriore isolamento internazionale e di una possibile perdita del potere, rappresenta la leva più potente.
Chiedere a Lukashenko una rottura immediata e totale con la Russia resta irrealistico, visto il livello di integrazione tra i due Paesi nell’ambito dello Stato dell’Unione e la profonda dipendenza politica ed economica da Mosca. L’obiettivo della pressione internazionale esercitata tramite canali riservati è piuttosto quello di spingere il regime bielorusso verso un «sabotaggio silenzioso» delle richieste russe, creando ostacoli burocratici artificiali che rallentino le operazioni militari di Mosca senza uno scontro frontale.