Terremoto ai Campi Flegrei: sconcerto e richieste di un piano di evacuazione
POZZUOLI (Napoli) Il giorno dopo il violento terremoto, ai Campi Flegrei prevalgono ancora paura e confusione. Si contano feriti da medicare, macerie da rimuovere e case da controllare, mentre un pensiero inquietante riaffiora tra la popolazione: e se la prossima scossa fosse quella devastante? Pozzuoli si risveglia sabato 1° agosto con lo shock della scossa avvenuta venerdì alle 19:46, un evento più intenso di qualsiasi altro registrato in quarant’anni di bradisismo. La sequenza sismica successiva ha superato le 160 scosse, costringendo i residenti a dormire in vestiti, con le scarpe pronte accanto al letto, e i cuori in gola. Molti hanno trovato rifugio in auto o in alloggi temporanei.
I dati dei soccorsi rivelano una situazione critica: venticinque persone sono state assistite, ventuno curate all’ospedale Santa Maria delle Grazie di Pozzuoli, mentre altre quattro sono state trasferite a Giugliano. Due di queste hanno ricevuto codice rosso, ma fortunatamente nessuno si trova in rianimazione; questa volta, la sorte ha retto dove la prevenzione ha mostrato crepe.
Al Palatrincone, circa cento persone hanno trascorso la notte su brandine improvvisate, nervosamente in attesa di aggiornamenti dai vigili del fuoco sulla sicurezza delle loro abitazioni. Sono circa 150 le famiglie sfollate, per un totale di 300 persone, tutte di Pozzuoli. Già sono partite le richieste per sistemazioni in albergo, con un incontro previsto in serata con Federalberghi per valutare la disponibilità di camere in alta stagione.
Il sindaco Luigi Manzoni definisce la situazione “critica” e promette risposte concrete, ma la parola ‘rassicurare’ risuona fragile e poco convincente. I cittadini della zona rossa non cercano più rassicurazioni, ma un piano concreto. Questo riporta alla luce il “Piano Pozzuoli” del 1986, che prevedeva di ridurre del cinquanta percento l’edilizia privata nel centro storico, spostando almeno un terzo della popolazione verso aree sicure.
A distanza di quarant’anni, gli unici edifici abbattuti sono stati quelli di proprietà pubblica: il Comune, una scuola e un palazzo popolare. Coloro che sono rimasti nelle abitazioni in zone a rischio hanno ricevuto finanziamenti pubblici per riparare i danni causati dal bradisismo degli anni Ottanta. Nel frattempo, la popolazione del centro antico è raddoppiata. Negli ultimi tre anni, il suolo si è sollevato di 150 centimetri, a un ritmo di tre centimetri al mese, senza segni di rallentamento, mentre la caldera continua a liberare enormi quantità di anidride carbonica nell’atmosfera.
Gli esperti, mentre interagiscono con la comunità, cercano di mantenere la calma, ma sono a conoscenza di due aspetti fondamentali: la scossa di venerdì è stata la più forte registrata nell’attuale crisi bradisismica e potrebbe arrivarne una ancor più potente, dato che la soglia di attenzione per una magnitudo 5 è tenuta sotto osservazione.
Il governatore Roberto Fico promette collaborazione istituzionale e sinergia con la Protezione Civile. Tuttavia, queste parole non convincono più gli abitanti della zona rossa. La domanda inquietante rimane: chi ha l’autorità e la responsabilità di decidere se mezzo milione di persone debba continuare a vivere sopra un vulcano sempre attivo, che solleva il suolo in modo costante?
Sui social e nelle strade flegree serpeggia una rabbia fredda, mescolata a ironia amara: ci sono fondi per l’America’s Cup e per la riqualificazione di Bagnoli, ma non per un piano di evacuazione strutturato. Questo sentimento si è tradotto in una diffidenza crescente verso ogni annuncio ufficiale e crisi, giudicati inadeguati e tardivi.
Venerdì sera, ai Campi Flegrei, il crollo non è stato solo fisico; è caduta l’ultima illusione di poter convivere con il vulcano senza pagare il prezzo della vulnerabilità, riporta Attuale.