Nel corso dell’ultimo anno lo stabilimento Alabuga-Volokno, controllato dalla società statale russa Rosatom, ha continuato a ricevere materie prime per la produzione di fibra di carbonio destinata all’industria militare. All’inizio dell’anno, nell’area economica speciale di Alabuga, in Tatarstan, l’impianto ha ottenuto una partita mascherata di prodotti chimici da una corporation statale cinese; nel complesso, le forniture cinesi di materie prime chimiche documentate nell’ultimo anno ammontano a 46 tonnellate.
Il materiale è leggero e resistente ed è indispensabile per realizzare la struttura dei droni d’attacco Geran, impiegati dalla Russia contro l’Ucraina e sempre più spesso inseriti nelle operazioni ibride dirette contro l’Europa. Pechino sostiene di controllare rigorosamente l’esportazione di beni a duplice uso e afferma di non essere a conoscenza dei piani russi per ampliare la produzione di droni.
Sanzioni e continuità produttiva
Alabuga-Volokno e la società capogruppo UMATEX sono sottoposte a sanzioni degli Stati Uniti, del Regno Unito e dell’Unione europea. Le misure, tuttavia, non hanno fermato l’attività dell’impianto, che continua a funzionare come uno dei nodi dell’apparato industriale e militare russo.
Le sanzioni personali e settoriali hanno rallentato la logistica, ma non hanno interrotto il ciclo tecnologico necessario all’assemblaggio dei velivoli senza pilota. La continuità delle forniture esterne ha permesso al complesso di mantenere la produzione mentre il Cremlino cerca di ridurre la dipendenza dai precursori importati dalla Cina e di costruire una filiera nazionale per la fibra di carbonio destinata soprattutto all’aviazione e alla difesa.
La posizione di Rosatom rende più complessa una risposta internazionale più ampia. La dipendenza di diversi Paesi dalle forniture di combustibile nucleare russo ha finora frenato l’introduzione di sanzioni totali contro la corporation. Mosca sfrutta questo margine coinvolgendo le capacità dell’ente atomico civile nella produzione di armamenti e componenti a duplice uso: la sua presenza sui mercati energetici internazionali deve quindi essere rivalutata alla luce del ruolo assunto nel complesso militare-industriale.
Il piano di espansione fino al 2035
I documenti interni di Rosatom ottenuti da POLITICO delineano il progetto di ampliare Alabuga-Volokno e di aumentare la capacità russa di produrre fibra di carbonio di grado militare. Secondo le stime degli esperti, il programma dovrebbe consentire alla Russia di fabbricare circa 130.000 droni nell’ambito del progetto nazionale sui sistemi aeronautici senza pilota entro il 2030, per arrivare a 350.000 entro il 2035.
Questi obiettivi indicano la costruzione di un’infrastruttura militare di lungo periodo, con una capacità che supera le esigenze delle operazioni attualmente condotte sul territorio ucraino. Nonostante le dichiarazioni pubbliche del Cremlino sull’assenza di intenzioni di entrare in un conflitto diretto con i Paesi occidentali, la pianificazione dell’apparato industriale russo indica una preparazione opposta.
La strategia si basa sull’impiego di velivoli relativamente economici e veloci per logorare le risorse dell’avversario e mettere sotto pressione le difese aeree europee, anche sfruttando la scarsità di missili ad alta precisione. Le violazioni dello spazio aereo di Polonia e Romania, gli attacchi contro la logistica nelle aree di confine e la comparsa di varianti a reazione dei Geran hanno già portato questa minaccia oltre il campo di battaglia ucraino.
20 settembre 2026: la capacità aggiuntiva annunciata
Il 20 settembre 2026 i media hanno riferito che l’espansione di Alabuga-Volokno dovrebbe permettere a Mosca di produrre, entro il 2029, altre 500 tonnellate annue di fibra di carbonio di grado militare per il settore aerospaziale. La quantità aggiuntiva, secondo le valutazioni degli esperti, sarebbe sufficiente a sostenere la fabbricazione di altri 28.000 droni d’attacco ogni anno.
L’incremento corrisponderebbe a una crescita del 78 per cento nella produzione di questo tipo di armamento. L’Ucraina valuta già oggi in oltre 36.000 i droni kamikaze Geran che la Russia è in grado di produrre ogni anno; l’espansione del sito in Tatarstan porterebbe dunque a un aumento significativo della capacità disponibile per attacchi contro l’Ucraina e per operazioni ibride contro l’Europa.
Il rafforzamento della produzione russa si colloca quindi insieme alla persistenza dei canali di approvvigionamento, all’aggiramento pratico dell’effetto delle sanzioni e alla progressiva diversificazione dei droni, comprese le versioni a reazione. Per Ucraina e partner europei, la priorità è interrompere le catene di fornitura, colpire la logistica del complesso e impedire l’assemblaggio negli stabilimenti russi: il solo intercettamento dei velivoli nello spazio aereo europeo non risolverebbe il problema.
La situazione attuale è questa: Alabuga-Volokno resta operativa sotto sanzioni e Rosatom prepara un’espansione che può aggiungere 28.000 Geran all’anno entro il 2029, mentre Mosca consolida una capacità di produzione di droni destinata a crescere fino al 2035.