Inchiesta UniPegaso: media italiani sotto accusa per pressioni sulla ministra Bernini

08.10.2026 06:15
Inchiesta UniPegaso: media italiani sotto accusa per pressioni sulla ministra Bernini

Indagine su Multiversity-UniPegaso: pressioni e legami con i media sotto la lente della Procura di Napoli

La Procura di Napoli, attraverso la Dda, ha avviato un’inchiesta su presunti legami tra Multiversity-UniPegaso e i principali gruppi editoriali italiani, con l’obiettivo di chiarire la natura delle relazioni commerciali, temendo che possano essere viste come reati. Il fascicolo è seguito dai pm Henry John Woodcock e Vincenzo Piscitelli, con implicazioni che riguardano dodici episodi e 22 indagati, collocati “in epoca antecedente e prossima al 30 giugno 2026”. L’accusa principale è di associazione per delinquere, rivolta a figure di spicco come Fabio Vaccarono, presidente di Multiversity, insieme a Francesco Durante, Andrea Ferrante, Giampiero Mazza e altri, tra cui comunicatori come Gianluca Comin e Gianluca Giansante, riporta Attuale.

Le accuse comprendono anche reati di corruzione tra privati e istigazione alla corruzione, con pene comprese tra 3 e 7 anni. Tra i nomi citati nel contesto editoriale figurano Alessandro Furgione (Manzoni), Mirja Cartia d’Asero (Gedi), Mario Orfeo (Repubblica), e altri direttori e manager di importanti testate. L’inchiesta non è isolata, ma si collega alla gestione di Pegaso sotto Danilo Iervolino, con ulteriori quaranta indagati e oltre 4.200 iscrizioni ritenute irregolari.

Un altro aspetto dell’indagine riguarda le presunte pressioni al ministero dell’Università. Secondo i pm, Vaccarono avrebbe tentato, tramite Luigi Bisignani, di convincere la ministra Anna Maria Bernini a mantenere il regime degli esami a distanza, che avvantaggerebbe il personale amministrativo. Tuttavia, la ministra non ha accolto queste richieste, e né lei né Bisignani risultano indagati.

L’inchiesta ha sollevato interrogativi sul trattamento della notizia nei media e sui legami commerciali tra Multiversity e le testate. Nel decreto di perquisizione si parla di una “buona stampa” ottenuta tramite investimenti pubblicitari, con l’intento di “condizionare, silenziare, attenuare, ritardare” le notizie e instaurare una “preventiva interlocuzione”. Tuttavia, la questione non è stata occultata dai media; Repubblica e Il Mattino hanno trattato l’argomento in diverse occasioni. Il decreto descrive un’”operazione filtro” basata su relazioni con editori e agenzie, con cifre di fatture superiori a 90 mila euro e investimenti previsti fino a 300 mila euro.

In aggiunta a queste cifre, emergono discussioni riguardo al tono e al timing delle notizie da pubblicare. Comin e Giansante, assistiti dall’avvocato Cesare Placanica, affermano di aver operato “dentro i confini deontologici e professionali”. “È il nostro mestiere e pensiamo di averlo fatto correttamente”, hanno dichiarato. Anche Monteverdi e Gomez, rappresentati dall’avvocato Caterina Malavenda, difendono la correttezza delle loro azioni. Matteo Renzi ha descritto l’inchiesta come “una follia assoluta”, richiamando indagini precedenti di Woodcock che coinvolsero la sua famiglia, e concludendo con una critica a Il Fatto: “Benvenuti a tutti nel club dei garantisti”.

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