Stabilicum: oggi il voto segreto per la riforma elettorale, Meloni si mostra sicura

08.10.2026 06:55
Stabilicum: oggi il voto segreto per la riforma elettorale, Meloni si mostra sicura

Terza fiducia sulla riforma elettorale: i numeri continuano a crescere

Roma, 8 ottobre 2026 – Un voto in più a ogni giro di giostra. Il pallottoliere della terza fiducia sulla riforma elettorale — quella sull’articolo 3 che ridisegna i collegi altoatesini — si ferma a quota 228 sì. È un costante crescendo: uno in più di martedì pomeriggio, dopo il +1 sui 226 del primo vaglio. I numeri cambiano poco, ma in questo passaggio conta la psicologia: la maggioranza legge la tendenza al rialzo con scaramantico ottimismo, riporta Attuale.

Il clima regge, l’articolo 8 scivola via senza bisogno di blindature: con l’astensione delle opposizioni, passa la norma per il voto fuorisede di chi assiste familiari lontani, estesa al Senato ai caregiver.

La partita vera si gioca stamani. Il voto finale è segreto, ma l’emiciclo è così militarizzato da FdI da smontare in partenza agguati dei franchi tiratori. “Per domani è tranquilla?”. “Lo sono sempre”, liquida la pratica la premier, talmente sicura da non doversi materializzare a Montecitorio per ammonire i malintenzionati. Al varo dello Stabilicum, insomma, non sarà in Aula a festeggiare. Di rischi ce ne sono pochi.

La rassegnazione tra emiciclo e Transatlantico si taglia a fette e i mal di pancia nella maggioranza restano sottotraccia: approvare lo Stabilicum rischia di accelerare la corsa verso il voto a maggio, una prospettiva che spiazza gli alleati e toglie loro tempo per riorganizzarsi. Federico Fornaro (Pd) ne fa una fotografia nitida: “Il fuoco cova sotto la cenere, ma non vedo il fuochista”. Fanno spallucce persino i forzisti: “È più sensato votare a settembre, ma alla fine cambia poco”.

Su questa crepa gioca di sponda psicologica Nicola Stumpo, rivolgendosi a Lega e Forza Italia per spingerli ad affossare lo Stabilicum: “Non fidatevi di Meloni, non mantiene le promesse. L’unica possibilità per votare in autunno è bocciare questa legge”. Un anno, in effetti, basterebbe appena ai partner di governo per leccarsi le ferite. Analisi tendenziosa che difficilmente farà breccia: i bookmaker danno quasi per certo il ritorno alle urne a maggio con election day. Data comoda per Palazzo Chigi: sterilizzare l’impatto di flop locali su un voto a settembre e anticipare i possibili contraccolpi di una crisi finanziaria globale attesa in autunno.

I pronostici possono sbagliare, ma basta guardare ai vuoti in Aula al Senato per farsi un’idea: se manca così spesso il numero legale, “è perché forzisti e salviniani non aspettano l’ufficialità e sono già a battere le rispettive circoscrizioni palmo a palmo”, spiega Alessandro Alfieri (Pd). Il centrosinistra protesta ma sposta già il mirino sulla Consulta. Lunedì schiererà parlamentari e costituzionalisti in conferenza stampa per annunciare i ricorsi e aprire la sfida decisiva davanti alla Corte Costituzionale.

In Aula, intanto, per aggirare i controlli allestiti dal sottosegretario Alfredo Mantovano, le minoranze chiedono al presidente della Camera, Lorenzo Fontana, di ripristinare l’antico sistema delle palline e delle urne. Fontana declina con garbo istituzionale appellandosi alla “responsabilità di ciascuno”: le regole parlano chiaro e la prassi manuale scatta solo se il sistema elettronico va in tilt. L’unica incognita, a questo punto, restano le migrazioni tattiche dei parlamentari-vedetta, pronti a spostarsi sugli scranni più alti dell’emiciclo per sorvegliare dall’alto le mosse dei colleghi. Su un altro fronte, Riccardo Magi (+ Europa) tira dritto. Da una settimana in sciopero della fame, incassa l’applauso delle minoranze bocciando la mediazione del governo sul suo odg per le firme digitali: un sì derubricato a semplice “raccomandazione”. Un contentino rispedito al mittente — “la premessa per non fare nulla” — promettendo battaglia nelle dichiarazioni di voto.

Ma Meloni guarda già oltre. In veste di “generalessa”, sta riorganizzando le truppe: il dibattito sulla legge elettorale ha fornito l’occasione per arruolare Cateno De Luca e il suo Sud chiama Nord. L’accordo è già fatto, suggellato dal voto favorevole del deputato Francesco Gallo allo Stabilicum. L’obiettivo è formare una nuova componente nel Gruppo Misto, abbassando la soglia delle firme per le elezioni da 6.000 a 1.500 per collegio.

Servendo tre nomi per la componente e con Gallo unico eletto, il piano prevede il “soccorso” parlamentare di Fratelli d’Italia con il prestito di due deputati (Messina e Pisano?). Resta da capire se ScN correrà da solo, sperando di primeggiare sotto la soglia del 3% scavalcando Noi Moderati, o se farà cartello con il partito di Lupi per evitare una guerra fratricida. Una strategia dettata dalla convinzione di Giorgia Meloni che per moltiplicare i voti serva squadernare una quantità di liste civiche minori acchiappavoti. Un modello che ricalca quello del campo largo, confermando come le geometrie elettorali della premier e di Elly Schlein si somiglino ogni giorno di più.

Aggiungi un commento

Your email address will not be published.

Da non perdere