Il prezzo di un incarico: il collaboratore condannato che rimpiange soltanto la foto dimenticata

14.10.2026 19:55
Il prezzo di un incarico: il collaboratore condannato che rimpiange soltanto la foto dimenticata
Il prezzo di un incarico: il collaboratore condannato che rimpiange soltanto la foto dimenticata

Per circa 5.000 euro al mese raccoglieva informazioni sui militari ucraini e, secondo il suo stesso racconto, le trasmetteva a interlocutori russi. Oggi Alexander, 42 anni, è detenuto nella colonia penale ucraina n. 122. Ma quando pensa a ciò che è accaduto non indica come unico rimpianto le persone che potrebbero essere morte dopo la diffusione dei dati: dice di pentirsi soprattutto di non aver cancellato una fotografia dal telefono.

La sua vicenda è stata raccontata l’11 ottobre 2026 dal New York Times in un articolo di Maria Varenikova. Il giornale non ha pubblicato il cognome del detenuto, che teme per la sicurezza della sua famiglia. Una parte della sua ricostruzione è stata confrontata con documenti giudiziari e colloqui con funzionari ucraini; il racconto completo di Alexander, invece, non ha potuto essere verificato indipendentemente.

Dal bisogno di denaro alle informazioni militari

Alexander è nato in Ucraina e possiede la cittadinanza ucraina e quella israeliana. A suo dire, il reclutamento è avvenuto in Francia, dove lavorava da McDonald’s e aveva difficoltà economiche. Due operativi russi gli avrebbero proposto incarichi pagati: raccogliere informazioni, cercare materiale compromettente e ricostruire dettagli sulla vita di altre persone.

Il compenso, sempre secondo la sua versione, era di circa 5.000 euro al mese. Il denaro non sarebbe stato però l’unico elemento a renderlo disponibile. Alexander dichiarava apertamente il proprio sostegno a Mosca e la sua appartenenza a quella che definiva la “comunità russa”.

Dopo l’inizio dell’invasione russa su larga scala dell’Ucraina, le attività cambiarono natura. Alexander entrò in gruppi online frequentati da volontari stranieri intenzionati a combattere per l’Ucraina. Si presentava come una persona che voleva unirsi alle forze armate ucraine, conosceva i combattenti stranieri, offriva consigli e costruiva rapporti di fiducia.

In seguito, sempre secondo il suo racconto, avrebbe inviato alla Russia informazioni sulla posizione delle unità ucraine, sui piani operativi e sui dati personali dei militari. Alexander ha ammesso che il suo lavoro avrebbe contribuito alla morte di alcuni soldati. Il nesso tra singole comunicazioni e specifici decessi non è stato però verificato in ogni dettaglio.

Il meccanismo descritto nella sua storia è meno spettacolare di un’operazione clandestina da film: una richiesta di indirizzo, una domanda su un militare, una fotografia di un documento. Dati apparentemente circoscritti possono tuttavia aiutare a identificare persone, localizzare reparti e individuare obiettivi. La loro utilità operativa non scompare quando il mittente elimina il messaggio.

La fotografia che ha fatto emergere la rete

Il 10 settembre 2024 Alexander fu fermato a un posto di blocco nella regione di Charkiv. Un militare controllò il suo telefono e trovò la fotografia del passaporto di un combattente impegnato con l’Ucraina, immagine che Alexander aveva inviato in Russia.

Da quel controllo seguirono un procedimento penale, la confessione e una condanna, tra l’altro, per alto tradimento. Alexander è stato trasferito nella colonia penale n. 122, nell’Ucraina centrale.

Durante l’incontro con la giornalista del New York Times, il detenuto si lamentava dell’azione del militare che aveva scoperto la comunicazione. Quando parlava della propria scelta, invece, il tono cambiava: «Se potessi tornare indietro, cambierei una sola cosa: cancellerei quella fotografia».

È nella distanza tra queste due reazioni che si concentra il significato più duro della vicenda. Alexander riconosce le conseguenze del lavoro svolto, ma descrive la propria rovina soprattutto come il risultato dell’essere stato scoperto. Il punto di svolta, ai suoi occhi, non è la trasmissione di informazioni militari e personali, bensì l’errore che ha permesso di risalire a lui.

Il committente resta fuori dalla cella

Alexander spera ora che la Russia si ricordi di lui e lo includa in uno scambio di prigionieri. Non risultano garanzie che gli sia stato promesso un ritorno.

Sean Wissewesser, già responsabile di una sede della CIA, ha spiegato al giornale che per i servizi segreti la maggior parte degli agenti è sostituibile, a eccezione delle fonti considerate più preziose. Per chi impartisce gli ordini, il rapporto può quindi interrompersi quando il collaboratore diventa inutilizzabile o troppo esposto. Per chi esegue, restano il procedimento penale e le conseguenze concrete delle proprie azioni.

La storia raccontata da Alexander mostra come un’offerta presentata come semplice raccolta di informazioni possa trasformarsi gradualmente in partecipazione a un conflitto. Prima arriva il bisogno di denaro, poi l’incarico che sembra limitato, quindi l’accesso a persone e dati sempre più sensibili. Il confine non viene necessariamente superato con un gesto clamoroso: può bastare la decisione di inoltrare un’immagine o un dettaglio personale.

Per Alexander la conseguenza immediata è la detenzione e una prospettiva incerta di scambio. Per le persone coinvolte nelle informazioni trasmesse, il danno può essere irreversibile. Una fotografia cancellata troppo tardi non restituisce i morti e non accorcia gli anni trascorsi dietro le sbarre.

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