Le attiviste italiane fermate in Cisgiordania durante la raccolta delle olive, verso l’espulsione

23.10.2026 18:15
Le attiviste italiane fermate in Cisgiordania durante la raccolta delle olive, verso l'espulsione

Attiviste italiane detenute in Cisgiordania: attesa per l’espulsione

DALLA NOSTRA INVIATA
TEL AVIV – La situazione per le cinque attiviste italiane, fermate a al Bweib, a sud di Hebron, si complica ulteriormente. Mentre sul terreno si intensificano le tensioni, un giornalista francese che era con loro, racconta: «Aspetta, vi richiamo». La loro detenzione ha attirato l’attenzione su una campagna in corso per sostenere i contadini palestinesi della zona, dove Israele ha dichiarato negli anni Ottanta una vasta area come «zona di tiro». Si tratta di una narrazione di oppressione e resistenza che si riflette nel documentario «No Other Land», premiato con un Oscar nel 2025, riporta Attuale.

Nel corso dell’operazione, undici attivisti stranieri, tra cui cinque donne italiane, sono stati sorpresi mentre cercavano di raccogliere olive per i contadini locali. I coloni, armati e vestiti da militari, si sono avvicinati, confiscando i passaporti e fotografando gli attivisti. Successivamente è intervenuto l’esercito israeliano, che ha intimato agli attivisti di lasciare la zona e di non tornare più.

Il gruppo ha preso un minibus, ma non è riuscito a fuggire lontano. «All’uscita del villaggio la polizia ci stava aspettando. Ci hanno fatto scendere, hanno preso i telefoni a tutti e hanno fatto sedere gli attivisti per terra», ha riferito il giornalista presente. Dopo un’interruzione nella comunicazione con l’ambasciata francese, i reporter hanno potuto lasciare il posto, mentre gli attivisti sono stati trattati come prigionieri.

Le italiane, composte da quattro ragazze e una donna più grande, sono state rinchiuse nel commissariato di Hebron per una notte, interrogate senza avere accesso ai propri telefoni. Oggi, sono state trasferite in un centro per l’immigrazione vicino all’aeroporto Ben Gurion, a Tel Aviv. Si prevede il loro rilascio in serata e la successiva imbarco su un volo per l’Italia, ma non ci sono garanzie.

Una delle attiviste ha avuto la possibilità di contattare un legale, rivelando di essere fisicamente in buona salute ma esauste. Alon Sapir, l’avvocato che le assiste, ha denunciato che le attiviste sono accusate di aver violato una zona militare chiusa di cui non erano a conoscenza. Per la polizia, alcuni degli arrestati sarebbero implicati nella «promozione del terrorismo». Sapir ha descritto le intimidazioni psicologiche inflitte dagli agenti durante la detenzione, aggiungendo che tali espulsioni sono una prassi comune del governo israeliano, volto a silenziare le voci critiche.

Le attiviste erano giunte per partecipare a una campagna di solidarietà chiamata Faz3a, che mira a proteggere i contadini palestinesi. È un’iniziativa dove la presenza di stranieri potrebbe offrire una certa protezione, anche se non sempre è garantita. A seguito degli scontri nella regione, il Primo Ministro israeliano Netanyahu ha disposto la chiusura della Cisgiordania, dopo che due palestinesi hanno aperto il fuoco wounding cinque israeliani.

«Non vedeva l’ora», ha commentato Sami Huraini, un attivista di Masafer Yatta, sottolineando che ogni evento è sfruttato per la campagna elettorale di Netanyahu, con il timore di una escalation simile a quella vista a Gaza.

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