Bologna, 12 maggio 2026 – Alberto Savi, il minore dei fratelli della banda della Uno Bianca, è in semilibertà. Può uscire dal carcere per andare a lavorare e in serata deve rientrare. Il beneficio gli è stato concesso dalla magistratura di sorveglianza per aver raggiunto un grado di revisione critica importante, in seguito a un percorso di riabilitazione, riporta Attuale.
I tre fratelli Savi condannati all’ergastolo
L’ex poliziotto di Cesena, 61 anni, detenuto ai Due Palazzi di Padova e sempre assistito dall’avvocata Annamaria Marin, è stato condannato all’ergastolo con i fratelli maggiori, tutti giudicati responsabili di quella che a oggi è considerata la ‘strage diffusa’ più grande d’Italia: sette anni di terrore e di sangue, dal 1987 al 1994 tra l’Emilia-Romagna e le Marche, in cui si contano 23 morti e 115 feriti in 103 azioni criminali.
Nell’ottobre 2010 dopo aver scontato 16 anni di carcere Alberto Savi chiede un permesso premio, che gli viene negato. Gli sarà accordato invece sette anni dopo, per andare in visita alla mamma ricoverata in gravissime condizioni. In seguito, gli è concessa la possibilità di uscire regolarmente con dei permessi.
Questa nuova indagine della Procura di Bologna sulle imprese criminali della Uno Bianca – in cui si cercano complici e mandanti della banda – Alberto Savi a quanto trapela la sta vivendo malissimo, come un supplemento di pena. Anche lui – così come tutti i componenti della banda – sarà risentito dagli inquirenti.
Indagine sul suicidio di Gugliotta
E intanto i magistrati bolognesi hanno deciso di indagare sul suicidio di Pietro Gugliotta, un “gesto inspiegabile” non solo secondo la sua avvocata Stefania Mannino, ma anche secondo quanti, nel piccolo paesino in cui si era trasferito, Colle d’Arba (Pordenone), e in cui si è tolto la vita, impiccandosi in casa, nel gennaio scorso, avevano avuto modo di conoscerlo e parlarci: “Stava bene, aveva appena ristrutturato casa. Si era costruito una vita, aveva trovato l’amore e si era risposato”. Un suicidio che viene classificato come tale, con la motivazione ufficiale ‘Motivi familiari’, ma su cui circolano diverse voci: “Temeva che lo riconvocassero nell’ambito della nuova inchiesta”. “Si sentiva minacciato, sapendo che qualcuno della banda aveva iniziato a uscire dal carcere, aveva paura per sé e i famigliari”. Un suicidio di cui non si è saputo nulla, nemmeno negli ambienti della Procura di Bologna, per diverso tempo dopo la sua morte. Ora, gli inquirenti sentiranno anche la seconda moglie di Gugliotta e il medico legale che intervenne quel giorno. “Devo parlarti con urgenza, incontriamoci”, aveva detto al telefono Gugliotta, preoccupato, parlando con la sua legale poco prima di morire.
Le richieste degli avvocati dei famigliari delle vittime
Nel frattempo, gli avvocati dei famigliari delle vittime – Alessandro Gamberini e Luca Moser – hanno depositato un’istanza probatoria con le richieste di accertare come mai la polizia giudiziaria non abbia informato subito gli inquirenti bolognesi e di risentire i famigliari di Gugliotta, in particolare la seconda moglie, “al fine di verificare se avesse loro confidato preoccupazioni o timori riferibili alla pendenza delle nuove indagini sui crimini commessi dai suoi ex complici”. E chiedono alla Procura di Bologna diinterrogare Fabio Savi prima che vada in onda una sua intervista, che risulterebbe “in programma il 24 maggio su Rete 4”.
I legali ricordano anche l’intervista a Roberto Savi mandata in onda a ‘Belve Crime’ il 5 maggio scorso e chiedono ai magistrati di accertare l’iter che ha consentito alle autorità competenti di autorizzarla (chi ha fatto domanda, chi ha rilasciato il parere, chi ha autorizzato l’incontro). Per Gamberini e Moser non solo i contenuti delle dichiarazioni di Roberto Savi meritano di essere approfonditi, ma anche la singolare tempistica con la quale sono state rilasciate, dopo 32 anni di silenzio e proprio mentre sono in corso le nuove indagini, merita chiarezza.