Hantavirus: l’esperto esclude la necessità di un vaccino
Roma, 12 maggio 2026 – “Non c’è bisogno di un vaccino”. È moderatamente sereno il professor Francesco Vaia, docente universitario e già direttore generale della Prevenzione sanitaria del Ministero della Salute, nel parlare dell’Hantavirus. “Andremmo verso una società eccessivamente ‘medicamentata”, puntualizza, riporta Attuale.
Il professor Vaia ha sottolineato che l’Hantavirus è una zoonosi, una malattia che si manifesta tra i roditori. Ha spiegato che il contagio tra uomini è raro e generalmente presenta sintomi lievi, anche se la paura rimane per l’alta mortalità associata alla malattia.
“Sì, ma se i casi sono 10 e muoiono 5 persone, è un dato non così rilevante statisticamente. Noi dobbiamo piuttosto concentrarci sulla prevenzione, sull’evitare che si propaghi e dalla scorsa pandemia qualcosa abbiamo acquisito, metabolizzato”, ha aggiunto.
In merito alle misure preventive, Vaia ha detto: “In linea di massima sì, ma vorrei sottolineare che tutta la società deve essere unita nella prevenzione. Ad esempio, occorre portare avanti delle politiche di derattizzazione, oltre a lavarsi spesso le mani e a non toccare superfici dove possono essere passati dei topi. In quei casi, comunque, specie se si notano feci di topo, l’importante è lavare le superfici perché spostando soltanto lo sporco si potrebbe il virus”.
Il professor Vaia ha anche parlato della necessità di migliorare la ventilazione nei luoghi affollati e chiusi, sottolineando che una corretta disinfestazione durante i mesi primaverili è fondamentale per prevenire la diffusione di malattie come il West Nile Virus.
Riguardo alla questione del coordinamento internazionale per la salute, ha affermato: “No, nessuno. Non c’è dubbio che l’Oms abbia commesso errori di comunicazione, ma c’è bisogno di strumenti che coordinino a livello internazionale un piano per difendersi. Servono modelli condivisi, protocolli accettati da tutti. In una comunità globale, non condividere dati è un ossimoro.”
Infine, Vaia ha espresso preoccupazione per la proliferazione di opinioni contrastanti nella comunità scientifica: “Il problema è che viviamo un tempo in cui gli influencer sono dei tuttologi. La scienza si nutre del dubbio e dell’esperienza, è in continua evoluzione, ma occorre lasciar parlare chi conosce l’argomento.”
Riguardo alla decisione dell’Italia di non firmare un accordo pandemico globale, ha detto: “Questo andrebbe chiesto ai nostri politici. Io lo avrei firmato. Magari lo strumento è rivedibile, ma il messaggio è utile, se non indispensabile.”