Chiarimenti sul contributo delle banche in tre anni: il governo Meloni cerca 10 miliardi ma le tensioni aumentano

31.10.2026 06:45
Chiarimenti sul contributo delle banche in tre anni: il governo Meloni cerca 10 miliardi ma le tensioni aumentano

Intesa Sanpaolo e il governo Meloni: tensioni sul contributo bancario alla manovra economica

Il CEO di Intesa Sanpaolo riceve una telefonata da Palazzo Chigi, segnando un nuovo tentativo di sbloccare la trattativa sul contributo delle banche alla manovra economica. Nel 2025, la comunicazione si è resa necessaria dopo l’interruzione dei dialoghi tra il Ministero dell’Economia e le banche. Questa è la quarta annualità consecutiva in cui il governo di centrodestra è in cerca di un accordo con le istituzioni finanziarie, riporta Attuale.

Il clima tra le parti è teso, alimentato dagli scambi infuocati tra il ministro Giancarlo Giorgetti e il presidente dell’ABI, Antonio Patuelli, nonché lo stesso Messina. Le banche hanno sollevato perplessità riguardo alla mancanza di chiarezza sui dettagli del contributo richiesto, fissato in 10 miliardi in tre anni. Nel documento programmatico della legge di Bilancio è stata menzionata una copertura di 5 miliardi da “settori finanziari”, senza specificare ulteriormente se coinvolgerà banche o assicurazioni.

Incertezza regna anche sulla questione di nuove tasse. L’ABI attende la versione definitiva del disegno di legge sul bilancio per valutare l’impatto su di loro e sui loro azionisti, incluse le fondazioni bancarie che sostengono progetti sociali e territoriali. Quest’anno, la richiesta del governo trova supporto anche da Forza Italia, il partito di maggioranza che storicamente si è opposto alla tassazione degli extraprofitti delle banche, evidenziando che Palazzo Chigi non vuole perdere l’opportunità di raccogliere 5 miliardi per risanare i conti pubblici.

Le argomentazioni delle banche, come la parità fiscale con altre categorie economiche e il fatto che già contribuiscono in modo sostanziale alle tasse, faticano a ottenere rilevanza nel dibattito politico attuale.

Che esito hanno avuto le trattative negli anni precedenti? La prima menzione di tassare gli extraprofitti risale al 2023, all’indomani dell’insediamento del governo Meloni. Il 7 agosto, un decreto del Consiglio dei Ministri introduce un’imposta straordinaria del 40% sul margine di interesse eccedente maturato dalle banche a causa dell’aumento dei tassi BCE, provocando un crollo vertiginoso delle azioni bancarie a Piazza Affari e costringendo il governo a ritirare l’iniziativa.

La proposta di tassazione si è poi tramutata in un incentivo per le banche, consentendo loro di accantonare somme a riserve di capitale. Conseguentemente, il 100% delle banche ha preferito destinare i fondi a bilancio, totalizzando 6,2 miliardi, ma senza arrecare introiti al fisco. Nel 2024, il governo ha adottato una linea più severa, sebbene sia stato raggiunto un compromesso: le banche hanno anticipato le tasse da cui avrebbero recuperato crediti fiscali (DTA). Lo Stato ha incassato 4,6 miliardi, ma si trattava di un prestito. Nel 2025, la situazione si fa più complessa: l’accordo raggiunto prevede pagamenti sotto varie forme, inclusa un’eventuale maggiore imposizione fiscale, fino a un totale di 10 miliardi entro il 2028.

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