Dalla nostra inviata a Tel Aviv
Le recenti elezioni in Israele hanno chiarito una sola certezza: una maggioranza contro Benjamin Netanyahu. Il premier ha confermato la sua alleanza con l’estrema destra di Otzma Yehudit e i partiti ultraortodossi, ma figura centrale oppositiva come Gadi Eisenkot ha escluso qualsiasi collaborazione, lasciando la situazione governativa in un limbo complesso, riporta Attuale.
Con il 96% delle schede scrutinate, il blocco di Netanyahu ha ottenuto 53 seggi, mentre l’opposizione ha totalizzato 48, e i partiti arabi hanno raggiunto un record con 19 seggi. Il Likud rimane il partito principale con 26 seggi. La formazione di centro Yashar, guidata da Eisenkot, si è fermata a 21 seggi. I risultati definitivi sono attesi per il 4 novembre, quando il presidente Isaac Herzog dovrà consultare i leader per determinare chi ha la possibilità di formare un governo. Se il primo candidato non riesce nell’impresa, il compito passerà a un successivo, con il rischio di tornare alle urne per la settima volta dal 2019.
Governo Netanyahu
La prima opzione sarebbe un nuovo governo Netanyahu. Per raggiungere la maggioranza di 61 seggi, gli mancano otto seggi, che potrebbero arrivare dai suoi ex alleati. Tuttavia, anche alleanze con Avigdor Lieberman e Naftali Bennett si rivelano problematiche, poiché entrambi hanno sostenuto campagne contro di lui. Questo rende il percorso per formare un nuovo esecutivo estremamente difficile.
Governo Eisenkot
Un’altra possibilità è la formazione di un governo guidato da Eisenkot che includa i partiti arabi. Se Ra’am entrasse nella coalizione e la Lista unita si astenesse, l’opposizione potrebbe avere 55 voti contro i 53 di Netanyahu. Tuttavia, Eisenkot ha sostanzialmente escluso i voti arabi fino ad ora, complicando ulteriormente le dinamiche di alleanza.
Premier ad interim
Se nessuna delle due strade dovesse realizzarsi, Netanyahu potrebbe rimanere in carica come premier ad interim fino a quando non verrà formato un nuovo governo, un approccio già utilizzato in precedenza. Nel frattempo, le condizioni nazionali e internazionali rimangono tese, rendendo ogni mossa politica ancora più cruciale per il futuro di Israele.