Chiusura definitiva dell’ospedale psichiatrico Colonia di Barbacena in Brasile

27.05.2026 11:45
Chiusura definitiva dell’ospedale psichiatrico Colonia di Barbacena in Brasile

Chiusura definitiva dell’ospedale psichiatrico Colonia di Barbacena in Brasile

Il 25 maggio, gli ultimi 14 pazienti dell’ospedale psichiatrico Colonia di Barbacena, in Brasile, sono stati trasferiti in altre strutture, segnando la chiusura definitiva del reparto. Questo ospedale ha rappresentato per anni un simbolo delle violenze subite dalle persone internate nei manicomi, a causa delle disumane condizioni di vita. La sua chiusura costituisce un importante passo avanti per il Brasile, nonostante la struttura sia già stata soggetta a radicali cambiamenti nel corso degli anni, riporta Attuale.

Dalla sua inaugurazione nel 1903, decine di migliaia di persone hanno transitato per l’ospedale, noto anche come Colonia. Molti vi arrivavano con diagnosi di disturbi mentali, ma molti altri non avevano una malattia mentale certificata. Negli ospedali psichiatrici dell’epoca, era prassi comune internare anche bambini orfani, alcolisti, persone con disabilità, omosessuali, prostitute, dissidenti politici, madri single e persone nere.

Le condizioni di vita all’ospedale Colonia erano estremamente inumane. Nel 1961, il fotografo brasiliano Luiz Alfredo visitò la struttura e realizzò un reportage per la rivista O Cruzeiro. Le sue fotografie mostrano pazienti ammassati in stanze vuote o in cortili di cemento, circondati da mura alte e spoglie. Alcuni pazienti erano completamente nudi, altri indossavano soltanto biancheria intima o vestiti logori. Molti di loro presentavano segni di malnutrizione, poiché le posate erano state abolite e i pazienti erano costretti a mangiare solo alimenti deglutibili senza masticare. In alcuni casi, si dovevano accontentare di bere dalle pozzanghere.

Il lavoro di Alfredo ha ispirato nel 2013 la giornalista Daniela Arbex a scrivere un libro intitolato Holocausto Brasileiro, che raccoglie le testimonianze dei sopravvissuti. Da questo libro è stato tratto anche un documentario nel 2016.

Il noto psichiatra e intellettuale italiano Franco Basaglia visitò Barbacena nel 1979, un anno dopo l’approvazione della legge italiana a lui intitolata, che portò alla chiusura dei manicomi nel nostro paese, diventando un modello per molti altri Stati. Basaglia descrisse l’ospedale come «peggio di un campo di concentramento nazista». All’epoca, circa 1.400 persone erano internate a Barbacena, con solo sei specialisti a occuparsi delle loro cure. Si stima che, durante i decenni di attività dell’ospedale, siano morte circa 60.000 persone, principalmente a causa di freddo, malattie o denutrizione. Accanto all’ospedale era stato costruito un cimitero, e da documenti dell’ospedale risulta che più di 1.800 corpi furono venduti alle facoltà di medicina.

Contemporaneamente al periodo di Basaglia, il Brasile si stava avviando verso una battaglia per la deistituzionalizzazione, un processo volto a porre fine alla segregazione delle persone con disturbi mentali negli istituti. Fino ad allora, molti nel settore medico ritenevano che i soggetti con diagnosi di malattia mentale potessero essere pericolosi e dovessero essere isolati. Basaglia, al contrario, sostenne che solo attraverso l’integrazione e la creazione di una rete di supporto professionale e umano, queste persone avrebbero potuto migliorare.

Nel 1978, in Brasile, alcuni professionisti si unirono per denunciare le condizioni disumane prevalentemente prevalenti nei manicomi. Questa denuncia, avvenuta durante la dittatura militare, portò al licenziamento della maggior parte di coloro che avevano parlato. Nel 1979 nacque il Movimento degli Operatori della Salute Mentale (MTSM) e nel 1987 il movimento anti-manicomio. Il primo progetto di riforma psichiatrica fu presentato nel 1989 dal deputato Paulo Delgado, ma fu approvato solo 12 anni dopo.

A partire dal 1980, l’ospedale Colonia di Barbacena iniziò un lento processo di dismissione. Nel 1996, una parte della struttura è stata riqualificata e convertita in un museo, noto come Museo della Follia.

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