Cuba: Nuove riforme economiche in un contesto di crisi
Lo scorso giovedì, Cuba ha approvato una serie di riforme destinate ad aprire l’isola al libero mercato, inaugurando cambiamenti sostanziali ai principi economici che hanno prevalso dalla rivoluzione del 1959. Le modifiche, presentate dal primo ministro cubano Manuel Marrero all’Assemblea nazionale, sono state annunciate in un contesto di grave crisi economica e sotto pressione costante da parte degli Stati Uniti, ma non sono stati forniti dettagli temporali per la loro attuazione; di fatto, nell’immediato, non si prevedono cambiamenti significativi, riporta Attuale.
Le riforme, il cui testo completo non è stato reso pubblico, mirano a una decentralizzazione senza precedenti dell’economia cubana, storicamente controllata dallo Stato in ogni sua dimensione attraverso la sua élite militare. Se realizzate come previsto, queste misure potrebbero facilitare i rapporti tra le aziende cubane e quelle estere, stimolare investimenti dall’estero e consentire l’apertura di banche e casse di cambio private. Inoltre, gli imprenditori cubani avranno maggiore libertà decisionali, come la possibilità di assumere liberamente e possedere più di un’attività; i terreni statali potrebbero inoltre essere venduti ai privati.
Tuttavia, queste riforme comportano anche una riduzione dei sussidi precedentemente garantiti alla popolazione, con prodotti di base che torneranno a essere venduti a prezzi di mercato. Le stime sul numero di persone che vivono in povertà a Cuba variano dal 40 a quasi il 90 per cento, ma l’incertezza sul dato è dovuta alla censura del regime cubano e alla mancata accessibilità di queste informazioni a enti indipendenti come la Banca Mondiale.
Secondo Marrero, le riforme erano necessarie a causa della crisi attuale ma non “costituiscono una deviazione dal progetto socialista”. Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha citato come modelli di riferimento la Cina e il Vietnam, paesi con economie di mercato orientate socialista. In passato, il regime ha già tentato aperture simili, ma con risultati deludenti e parziali.
Negli ultimi mesi, gli Stati Uniti hanno esercitato una forte pressione sul regime cubano per incentivare l’apertura economica, mirano a instaurare un governo più amichevole. Hanno utilizzato principalmente misure di pressione economica, bloccando l’accesso dell’isola a risorse di vario tipo, incluso il petrolio. La carenza di carburante ha causato frequenti blackout, rendendo la vita sull’isola quasi insostenibile, con ripercussioni in vari settori, incluso quello sanitario.
Oltre al blocco navale, a maggio gli Stati Uniti hanno introdotto nuove sanzioni contro il regime cubano, aggravando le restrizioni già esistenti e portando alla fuga di aziende straniere. A giugno, sono state introdotte sanzioni personali contro il presidente Díaz-Canel e altri esponenti del regime, le prime mirate a politici specifici e non all’intero regime.
Inoltre, l’incriminazione dell’ex presidente Raúl Castro, avvenuta a maggio con accuse risalenti agli anni Novanta, ha portato a ipotizzare che la strategia per rovesciare il regime cubano potesse mutare. Infatti, quest’anno, l’incriminazione federale è stata utilizzata per giustificare l’operazione di cattura del dittatore venezuelano Nicolás Maduro, con l’intento di instaurare un governo favorevole attraverso l’azione militare. Anche se, attualmente, è improbabile che gli Stati Uniti intraprendano un intervento militare a Cuba, poiché le loro risorse sono principalmente focalizzate sulle guerre in Medio Oriente, dove un accordo duraturo sembra ancora lontano.