Dazi, l’allerta di Confcooperative: “68 mila posti e 18 miliardi di produzione in pericolo” Stellantis Elkann: «Per una e-car euro…

12.06.2025 23:25
Dazi, l'allerta di Confcooperative: "68 mila posti e 18 miliardi di produzione in pericolo" Stellantis Elkann: «Per una e-car euro...

Il Rischio dei Dazi Statunitensi sull’Economia Italiana

L’introduzione di dazi da parte degli Stati Uniti sui prodotti europei potrebbe avere conseguenze devastanti per l’economia italiana, portando a una perdita di circa 68.280 posti di lavoro e una diminuzione potenziale di 18 miliardi di euro nella produzione, che rappresenta circa il 25% dell’export italico verso gli USA, riporta Attuale. Questa preoccupazione è stata espressa da Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative, in relazione ai dati riportati nel Focus Censis-Confcooperative “L’Italia stretta tra dazi e dipendenza strategica”.

Gardini ha dichiarato che gli annunci da parte di Trump dipingono un quadro allarmante per il tessuto produttivo italiano. L’analisi condotta suggerisce che gli effetti dei dazi non si limiteranno ai settori tradizionalmente coinvolti nel commercio internazionale, ma si estenderanno a tutta l’economia, coinvolgendo ambiti meno evidenti. Questo apre interrogativi su come le politiche commerciali possano influenzare l’operatività di una vasta gamma di settori.

Tra i settori più vulnerabili si trova quello alimentare, il quale rischia di perdere 6.380 posti di lavoro tra produzione agricola e industria alimentare. Seguono la fabbricazione di macchinari e apparecchiature (-5.000 posti), la produzione di metalli (-4.950), e il tessile e abbigliamento (-4.800). Anche il commercio all’ingrosso e i servizi amministrativi potrebbero subire gravi perdite, insieme ai servizi legali e contabili, segnando una situazione preoccupante per l’occupazione.

Come evidenziato nel rapporto, la questione non riguarda solo numeri; questi settori rappresentano nomi e territori produttivi, principalmente costituiti da piccole e medie imprese. La perdita anche di poche centinaia di posti di lavoro potrebbe tradursi in chiusure aziendali e in un impoverimento strutturale significativo. Questo scenario mette a repentaglio la solidità dei sistemi locali, che nel tempo sono stati costruiti su reti cooperative e industriali inclini all’export.

Gardini ha suggerito una doppia strategia per affrontare questa minaccia: da un lato, è necessaria un’azione diplomatica per risolvere la situazione, mentre dall’altro si richiede un impegno costante da parte del governo, delle istituzioni e delle imprese per aprire nuovi mercati. È essenziale, infatti, che l’Italia trovi nuovi canali di esportazione per ridurre l’impatto dei dazi.

Tuttavia, il presidente di Confcooperative ha anche sottolineato le lacune nel progetto europeo: “All’Europa manca una visione politica ed economica di sistema”. Un’integrazione interna più forte potrebbe portare a un incremento della produttività del 7% a lungo termine, contribuendo a colmare parte del divario con gli Stati Uniti. Dati forniti dal Fondo Monetario Internazionale mostrano che le frizioni burocratiche tra gli Stati membri dell’UE comportano un dazio implicito del 44% sui beni e del 110% sui servizi.

Il contesto attuale è già instabile: dopo un calo dell’export italiano verso gli USA del -9,6% a febbraio 2025, marzo ha registrato un incremento sorprendente del +41,2%, seguito successivamente da una nuova diminuzione dell’1,9% in aprile. “Questa dinamica è tipica nei contesti ad alta volatilità e rappresenta una forma di stress commerciale non generato dai dazi in sé, ma dalla loro semplice possibilità”, osserva il Focus.

L’incertezza commerciale si riflette anche nell’indice globale sulla politica commerciale, che è salito a 603 punti a marzo, contro una media storica di 40, per raddoppiare a 1.151 punti ad aprile. L’eventuale attivazione dei dazi rischierebbe di danneggiare il surplus commerciale italiano con gli USA, che nel 2024 ammonta a 38,87 miliardi di euro, con 17,9 miliardi di euro in produzione a rischio nei settori più vulnerabili, rappresentando così il 71,6% delle perdite potenziali complessive.

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