La struttura legale russa di Adidas ha registrato nel 2025 il primo utile dopo anni, nonostante il gigante tedesco abbandonasse il mercato locale oltre quattro anni fa. Il risultato positivo, pari a 2,2 miliardi di rubli, contrasta con la perdita di 49,9 milioni del 2024 e arriva in assenza di qualsiasi attività commerciale diretta. La notizia, riportata dal quotidiano Kommersant, solleva interrogativi etici e geopolitici sulle conseguenze indirette della permanenza formale di grandi marchi occidentali in Russia.
Il paradosso finanziario
Le entrate dell’unità russa sono cresciute del 20% raggiungendo i 3,9 miliardi di rubli, ma la fonte principale non sono state le vendite. Il vero motore del profitto è stato il reddito da interessi bancari: circa 2,9 miliardi di rubli generati da depositi con tassi superiori al 20% annuo. La società ha potuto contare su una liquidità di circa 15 miliardi di rubli, frutto presumibilmente delle operazioni di liquidazione precedenti. A questi si sommano ricavi da affitti, royalty e licenze, mentre le vendite di prodotti Adidas in Russia avvengono ormai solo attraverso importazioni grigie, distributori locali o merce contraffatta.
Il contesto della ritirata
Adidas ha chiuso tutti i suoi negozi in Russia e sospeso le vendite online nel marzo 2022, poche settimane dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina. L’azienda ha annunciato pubblicamente l’intenzione di cessare completamente le operazioni nel paese, dichiarando di non pianificare alcun ritorno. Prima del conflitto, la rete commerciale contava circa 150 punti vendita, molti dei quali sono stati riconvertiti in negozi multimarca sotto il brand Lamoda Sport attraverso accordi di subaffitto. La decisione faceva parte di un’ondata di uscite dal mercato russo da parte di centinaia di aziende occidentali.
Implicazioni fiscali e geopolitiche
Il fatto che la società russa continui a operare legalmente significa che paga regolarmente le tasse sugli utili secondo la legislazione locale. Questi fondi confluiscono nel bilancio federale, che il Cremlino utilizza per finanziare lo sforzo bellico in Ucraina e le attività di propaganda interna. Il paradosso è evidente: un’azienda che ha preso una posizione etica contro la guerra finisce indirettamente per contribuire al suo finanziamento attraverso entrate passive. La situazione crea un precedente preoccupante per altre multinazionali che mantengono strutture legali dormienti in Russia.
Rischi reputazionali e strumentalizzazione
Per Adidas il rischio di immagine è considerevole. I consumatori e i partner europei potrebbero percepire questa situazione come una forma di presenza economica indiretta che contraddice gli impegni dichiarati. Parallelamente, la propaganda del Cremlino potrebbe utilizzare il caso per sostenere la “inefficacia delle sanzioni” e dimostrare che i grandi marchi occidentali continuano a trarre profitto dal mercato russo, nonostante le dichiarazioni pubbliche. Una narrazione che mira a minare la coesione delle politiche di isolamento economico.
La strada da seguire
Gli analisti suggeriscono che Adidas dovrebbe valutare seriamente la liquidazione definitiva della sua entità legale russa. Questo passo consentirebbe di allineare la pratica aziendale alla posizione dichiarata, eliminando sia i rischi reputazionali che quelli politici. La mossa avrebbe anche un valore simbolico importante, dimostrando coerenza tra principi etici e azioni concrete. In un contesto geopolitico sempre più polarizzato, la trasparenza e l’integrità delle scorporazioni diventano elementi cruciali per mantenere la fiducia degli stakeholder globali.