La Bielorussia resta nella fascia più bassa della valutazione annuale del Dipartimento di Stato statunitense sulla tratta di esseri umani. Nel rapporto reso pubblico il 28 ottobre 2026, Washington denuncia l’uso sistematico del lavoro forzato e l’insufficienza delle misure adottate da Minsk, indicando tra le persone più esposte i detenuti e, in particolare, i prigionieri politici.
La valutazione americana descrive un meccanismo che va oltre il singolo abuso: la detenzione può diventare lo strumento attraverso cui lo Stato impone un’attività lavorativa a persone con margini quasi nulli per rifiutare, protestare o rivolgersi a un’autorità indipendente. Il rapporto richiama soprattutto le colonie penali e gli istituti medico-lavorativi controllati dalle autorità bielorusse.
Quando la reclusione elimina la possibilità di scelta
Secondo il Dipartimento di Stato, migliaia di cittadini bielorussi sono sottoposti a condizioni riconducibili al lavoro forzato. Tra loro ci sarebbero anche persone detenute per ragioni politiche, già private della libertà e dipendenti dall’amministrazione carceraria per ogni aspetto della vita quotidiana.
In questi istituti, lo Stato controlla gli spostamenti, la disciplina, i contatti con l’esterno e le condizioni di permanenza. La possibilità di rifiutare un ordine di lavoro, quindi, non può essere valutata come se il lavoratore si trovasse in un normale rapporto occupazionale. La coercizione può derivare dalla stessa reclusione, dalle minacce di sanzioni o dall’assenza di strumenti effettivi per contestare l’ordine ricevuto.
Il rapporto non sostiene che ogni detenuto impiegato in una struttura penitenziaria sia automaticamente vittima di tratta. La questione sollevata da Washington riguarda piuttosto l’uso di istituzioni statali nelle quali il consenso può essere compromesso e nelle quali le persone sottoposte al lavoro dispongono di protezioni molto limitate.
Per i prigionieri politici la vulnerabilità si somma alla repressione già subita. La stessa struttura che custodisce il detenuto può decidere sulle sue condizioni, limitare l’accesso alla famiglia o ai difensori e applicare conseguenze disciplinari. In un sistema simile, il lavoro imposto non è soltanto una questione economica: diventa anche un’ulteriore leva di controllo sulla persona.
Un procedimento e 345 vittime non bastano
Nel 2025 le autorità bielorusse hanno individuato 345 persone come vittime della tratta di esseri umani. Nello stesso periodo è stata pronunciata, per la prima volta in cinque anni, una condanna in un procedimento per tratta. Il Dipartimento di Stato, tuttavia, non considera questi elementi sufficienti per parlare di un cambiamento stabile nella politica di Minsk.
La fascia 3, la più bassa della classificazione statunitense, viene attribuita ai governi che non rispettano pienamente gli standard minimi per eliminare la tratta e che, secondo la valutazione americana, non compiono sforzi significativi per adeguarsi. La decisione riflette quindi non soltanto il numero dei procedimenti aperti o delle vittime riconosciute, ma anche la capacità dello Stato di prevenire lo sfruttamento, proteggere chi denuncia e perseguire chi ne è responsabile.
Un singolo verdetto può dimostrare che un caso è arrivato davanti a un giudice, ma non prova da solo che le strutture che favoriscono la coercizione siano state smantellate. Allo stesso modo, l’identificazione di una vittima non equivale automaticamente a una protezione concreta: resta da capire se quella persona possa denunciare senza rischiare ritorsioni e se abbia accesso a un rimedio indipendente.
È su questo divario tra l’azione occasionale e la trasformazione del sistema che si concentra la valutazione statunitense. Dopo anni di critiche internazionali, Minsk non avrebbe mostrato di voler interrompere l’impiego coercitivo della manodopera nelle strutture sottoposte al controllo dello Stato.
Il capitolo separato dei bambini ucraini
Il rapporto dedica inoltre attenzione al ruolo della Bielorussia nel trasferimento di oltre 3.500 bambini ucraini dal 2022. I minori sarebbero stati portati da territori dell’Ucraina occupati dalle forze russe; secondo il Dipartimento di Stato, alcuni di loro sono stati sottoposti a programmi di rieducazione ideologica e ad addestramento militare.
Questo tema è distinto dall’analisi sul lavoro forzato nelle carceri, ma amplia la portata internazionale della valutazione. In questo caso, l’attenzione è rivolta al trasferimento e al controllo di minori provenienti da aree di guerra, persone che non possono decidere autonomamente dove vivere né quali programmi frequentare.
La formulazione del rapporto non implica che tutti i bambini trasferiti abbiano ricevuto lo stesso trattamento. Indica però i trasferimenti e i programmi ideologici e militari segnalati come questioni da sottoporre a esame internazionale.
Per i detenuti nelle colonie penali e negli istituti medico-lavorativi, la domanda centrale resta immediata: può uno Stato imporre un’attività fisica a persone private della libertà senza offrire loro un modo reale per rifiutare, denunciare gli abusi e ottenere tutela? La risposta contenuta nella valutazione americana è che la Bielorussia, nonostante un procedimento e centinaia di vittime individuate, non ha dimostrato di stare cambiando il sistema alla radice.
Il rapporto del Dipartimento di Stato nel servizio di Belsat