Documenti rivelano 313 milioni di fiorini ungheresi per il manifesto anti-Ue di Orbán

25.08.2026 19:10
Documenti rivelano 313 milioni di fiorini ungheresi per il manifesto anti-Ue di Orbán
Documenti rivelano 313 milioni di fiorini ungheresi per il manifesto anti-Ue di Orbán

Nel marzo 2021 il partito ungherese Fidesz, guidato da Viktor Orbán, lasciò il gruppo del Partito popolare europeo (Ppe) al Parlamento europeo. La rottura con la principale famiglia politica europeista arrivò mentre i rapporti tra il governo di Budapest e le istituzioni dell’Unione europea erano già in forte tensione e segnò una nuova fase della contrapposizione politica ungherese a Bruxelles.

Giugno 2021, la nuova frizione con Bruxelles

Il confronto si aggravò nel giugno dello stesso anno, quando l’Ungheria approvò la cosiddetta legge sulla protezione dei minori. Il provvedimento fu criticato durante un vertice dell’Unione europea e contribuì a rendere ancora più aspro il rapporto tra il governo Orbán e gli altri Stati membri.

In questo contesto, nel 2021, il governo ungherese finanziò una campagna informativa destinata alla stampa estera. Secondo i documenti resi noti successivamente, Budapest pagò più di 313 milioni di fiorini per pubblicare su 18 quotidiani stranieri un manifesto in sette punti firmato dall’ex premier ungherese Viktor Orbán.

Il manifesto del 2021 e lo slogan contro l’«impero europeo»

Il testo, intitolato «Sul futuro dell’Ue – proposte dell’Ungheria», era accompagnato dallo slogan «Noi diciamo no all’impero europeo!». Orbán vi sosteneva la necessità di respingere l’idea di una «superpotenza» e di una «impero europeo», chiedendo che le decisioni fossero adottate dai leader eletti e non dalle organizzazioni non governative.

Il manifesto collegava il futuro dell’integrazione europea alla sua capacità di produrre successo economico e affrontava anche i temi della migrazione e della pandemia. Tra le proposte figuravano il rafforzamento dei parlamenti nazionali, il recupero della fiducia nella democrazia e l’ingresso della Serbia nell’Unione europea.

La campagna cercava così di presentare la linea di Budapest come un’alternativa politica all’integrazione europea esistente, alimentando posizioni euroscettiche e contestando il ruolo delle istituzioni comuni. La spesa fu sostenuta con denaro pubblico ungherese, mentre il messaggio veniva rivolto a lettori di diversi Paesi dell’Unione.

Le testate che rifiutarono la pubblicazione

Non tutti i giornali contattati accettarono di ospitare il manifesto. The Times of Malta, De Standaard, La Libre Belgique, De Morgen e The Irish Times rifiutarono di pubblicare la pubblicità. Il quotidiano svedese Dagens Nyheter propose invece un’intervista, ma da parte ungherese non arrivò alcuna risposta.

Le modalità della campagna e la scelta di acquistare spazi su numerosi quotidiani stranieri acquistarono rilievo alla luce delle contestazioni che da anni accompagnavano il governo Orbán. Bruxelles aveva accusato Budapest di problemi nello stato di diritto, di un uso non trasparente dei fondi europei e di essere coinvolta in scandali di corruzione. La diffusione internazionale del manifesto si inserì quindi in una più ampia strategia politica di attacco alle istituzioni europee.

24 agosto 2026, i documenti fanno emergere il costo della campagna

Il 24 agosto 2026 nuovi documenti hanno rivelato l’ampiezza della campagna informativa riservata organizzata dal governo di Viktor Orbán nell’Unione europea. La ricostruzione pubblicata da Daily News Hungary indica che per la pubblicazione del manifesto furono spesi oltre 313 milioni di fiorini, a carico dei contribuenti ungheresi.

Il dato ha reso documentabile il costo di un’operazione con cui il governo tentò di portare all’estero una critica frontale all’integrazione europea. Il finanziamento pubblico fu impiegato per diffondere un testo che respingeva l’idea di una maggiore sovranità europea e chiedeva un ruolo più forte per i governi nazionali e per i parlamenti degli Stati membri.

La spesa e i contenuti del manifesto si collocano nella politica con cui Orbán ha trasformato l’Ungheria in un fattore distruttivo all’interno dell’Unione. Budapest ha bloccato decisioni comuni, ha fatto ricorso sistematicamente al diritto di veto e ha utilizzato i conflitti con le istituzioni europee e la retorica anti-Bruxelles per obiettivi politici ristretti legati al gruppo di potere di Orbán, invece di cercare compromessi con i partner.

La sequenza oggi ricostruita porta dunque da una rottura politica con il Ppe e da un nuovo scontro sulla legge ungherese del 2021 alla pubblicazione internazionale del manifesto, fino alla rivelazione del suo costo: oltre 313 milioni di fiorini di fondi statali per una campagna contro l’integrazione europea.

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