La cultura in Italia: il caso di Beatrice Venezi e l’egemonia culturale
Roma, 3 maggio 2026 – La questione dell’egemonia culturale torna prepotentemente alla ribalta in Italia, specialmente in relazione al caso di Beatrice Venezi e alla Biennale di Venezia. L’intellettuale di destra Pietrangelo Buttafuoco è ora al centro delle polemiche, con molti che mettono in discussione l’uso politico della cultura. A commentare la situazione è Andrea Minuz, professore di Storia del cinema alla Sapienza di Roma e autore di ‘Egemonia senza cultura’, Silvio Berlusconi Editore, riporta Attuale.
Muniz, nel caso Venezi appellarsi all’egemonia culturale è una scusa o ci si azzecca?
“Venezi rappresenta un esempio emblematico di un corpo estraneo respinto dalla comunità. Prima di analizzare il talento, il problema risiede nella natura innovativa delle sue proposte alla Fenice, che hanno creato uno strappo notevole, specialmente considerando che si tratta di una donna di 36 anni con trascorsi significativi. Qui entriamo nella questione dell’egemonia”, spiega Minuz.
Quindi conferma?
“Sì, si tratta di un caso paradigmatico di egemonia priva di cultura. È una tendenza generica quella di usare la cultura come arena per battaglie identitarie, anziché come spazio per il dialogo. Le reazioni nei confronti di Venezi sono state eccessive, trasformando una critica tecnica in un vero e proprio processo mediatico pubblico. Mi viene in mente un altro episodio”, aggiunge.
Quale?
“Pino Insegno, dopo 40 anni di carriera televisiva, ha pubblicamente subìto un rifiuto simile, inaccettabile visto il suo valore professionale. Questo atteggiamento è riassuntivo di una risposta esagerata che trascende la pura critica”, risponde Minuz.
Dove ha sbagliato la destra?
“Venezi ha dimostrato un certo grado di ingenuità nell’affidarsi alla politica, ma la destra ha commesso un errore strategico nel utilizzarla in tal modo. La sua nomina aveva l’aspetto di una bandiera piantata nel terreno, per affermare: ora siamo noi. Il problema è che la destra l’ha mandata allo sbaraglio, abbandonandola a se stessa, come visto anche con la Commissione cinema riguardo al caso Regeni”, spiega il professore.
In Italia la cultura è spesso legata strettamente al potere statale…
“Sì, l’industria culturale italiana presenta una forte dipendenza dallo Stato. Questa situazione ha generato una tradizione che non si allinea più ai principi del Rinascimento. La cultura viene vista come un dominio del governo, e quindi anche della politica. Le indignazioni circa le nomine della destra sono spesso temporanee e ignorano il fatto che, in Italia, le cariche culturali sono sempre nominate per motivi politici”, evidenzia Minuz.
Nominati per ‘meriti’ politici, quindi legati ai destini della politica.
“A volte, ci sono nomine competenti, ma nella cultura italiana, dove il potere esercita grande influenza, la politica è inevitabilmente presente, poiché occuparne il sistema è il principale obiettivo. Ciò alimenta il desiderio di costruire un’egemonia culturale”, argomenta.
Perché parla di un’egemonia senza cultura?
“La politica sembra più interessata all’egemonia che alla cultura. Storicamente, la cultura è considerata utile solo quando può servire agli interessi politici. Quando Beatrice Venezi era vista come un modo per ringiovanire l’immagine del partito, era ben accetta; quando ha smesso di essere utile, è stata lasciata sola”, osserva Minuz.
La cultura serve solo a creare consenso?
“La creazione del consenso segue percorsi imprevedibili. Il controllo della cultura diventa vano, appartiene a tradizioni totalitarie e non si applica a una società aperta. In Italia, l’elettorato raramente segue gli appelli di intellettuali”, conclude.
Nel suo libro sostiene che ‘l’egemonia culturale si orchestra prima di prendere il potere…’
“Esatto, l’egemonia culturale è costruita nel tempo, occupando istituzioni e canali di comunicazione. La presa di potere deve apparire naturale, mentre l’egemonia come soft power è ridotta a una mera affermazione di controllo”, chiarisce.
Che fare?
“Secondo la concezione liberale, la cultura non dovrebbe orientare le coscienze. Il suo valore risiede nella qualità, non nella sua utilità. Dobbiamo discutere di pluralismo delle idee, non di egemonie”, conclude Andrea Minuz.