Attacchi iraniani su Israele: un bilancio devastante dopo otto giorni di conflitto
Dopo otto giorni di intensi bombardamenti, i missili iraniani indirizzati verso Israele hanno provocato danni considerevoli, anche se inferiori rispetto a quelli subiti dall’Iran a causa delle rappresaglie israeliane. Dal 13 giugno, si stima che circa 400 missili siano stati lanciati dall’Iran, con oltre il 90% di essi intercettati dalle rinomate difese aeree israeliane. Tuttavia, alcuni missili hanno raggiunto i loro obiettivi, causando la morte di 24 persone, oltre 800 feriti e ingenti danni a edifici e infrastrutture, riporta Attuale.
In Iran, le informazioni ufficiali sui decessi sono ferme da domenica. Secondo dati forniti da un’organizzazione non governativa statunitense specializzata sulla situazione iraniana, il numero delle vittime registate è di 657, con oltre 2000 feriti.
I missili provenienti dall’Iran hanno principalmente colpito la capitale israeliana, Tel Aviv, e i suoi sobborghi, ma hanno interessato anche città a nord come Haifa e a sud come Be’er Sheva, dove è stato attaccato un grande ospedale. Questi missili hanno avuto come target complessi industriali, in particolare uno petrolchimico ad Haifa, ma anche aree residenziali, devastando abitazioni, zone commerciali, una scuola religiosa a Bnei Brak e un centro di ricerca a Rehovot, posti a sud di Tel Aviv.
Secondo il ministero dell’Interno israeliano, 5.110 persone sono rimaste sfollate e senza un tetto, di cui circa 900 a Tel Aviv.
Per molti cittadini israeliani, le sirene d’allerta e la ricerca di rifugi si sono trasformate in una dolorosa nuova normalità. Gli attacchi spesso avvengono durante la notte, con allerta inviata circa 10 minuti prima dell’impatto previsto, spingendo la popolazione a correre verso i rifugi. La legislazione israeliana prevede che tutti gli edifici costruiti dopo il 1992 dotati di sistemi di sicurezza, noti come mamads, siano attrezzati con stanze rinforzate. Tuttavia, queste potrebbero non offrire una protezione adeguata contro i missili balistici, per i quali sono necessari bunker sotterranei.
Nelle zone più densamente popolate, gli abitanti devono fare affidamento sui rifugi pubblici, noti come miklatim. Esistono circa 12.000 di questi rifugi in Israele, ma la loro manutenzione è stata trascurata negli ultimi decenni e molte sono in condizioni inadeguate.
Alcuni residenti di Tel Aviv, in particolare quelli delle aree più colpite, hanno passato la notte in cantine o parcheggi sotterranei. Il quotidiano Haaretz ha riportato la riapertura di un grande rifugio antiaereo nella zona sud della città, destinato per lo più ad accogliere persone che necessitano di protezione, sebbene in esso non ci siano servizi adeguati.
Il lato più difficile dell’emergenza è per i cittadini arabi israeliani, che spesso si trovano a fronteggiare una discriminazione sistematica al momento di accedere ai rifugi. Tra le vittime degli attacchi, quattro erano membri di una famiglia palestinese-israeliana colpita da un missile, senza che ricevesse i consueti avvisi di allerta.
Negli ultimi giorni, il governo ha esortato i cittadini a limitare i movimenti e non recarsi al lavoro. Da mercoledì, le restrizioni sono state parzialmente allentate, consentendo a chi lavora in edifici sicuri di tornare al lavoro.
Inoltre, è stato implementato un regolamento della censura militare israeliana che richiede l’approvazione preventiva di immagini e materiali video riguardanti gli attacchi iraniani prima della loro diffusione. Questo nuovo provvedimento è motivato da presunti motivi di sicurezza nazionale, ma finora non ha limitato eccessivamente la diffusione di notizie e contenuti.
Uno degli attacchi più devastanti ha colpito Bat Yam, a sud di Tel Aviv, causando la morte di dieci persone, mentre un bombardamento dell’ospedale Soroka a Be’er Sheva, pur non registrando vittime, ha provocato oltre 200 feriti e notevoli danni alla struttura. Le autorità iraniane hanno comunicato che i target erano strutture militari nelle vicinanze, in un contesto in cui Israele ha proseguito la sua campagna militare contro obiettivi a Gaza, giustificando le azioni senza prove solide.