La Complessità della Situazione Militare a Gaza
«I nostri soldati stanno affrontando un incarico impossibile. Ogni giorno sono esposti a minacce e si trovano al centro di una crisi umanitaria. Abbiamo già vissuto situazioni del genere. Nel 2005 abbiamo lasciato Gaza perché non si poteva continuare. Cosa è cambiato ora per giustificare un’occupazione militare del genere?», riporta Attuale.
Questa visione riflette l’opinione di Moshe Dayan, un generale leggendario le cui strategie militari sono state spesso oggetto di dibattito. Oggi, però, la situazione è molto diversa. Il tenente colonnello Peter Lerner, ex portavoce dell’IDF, non riesce a individuare piani sensati nella recente strategia di Bibi Netanyahu per Gaza. Si stima siano necessari almeno 250 mila soldati per occupare l’intera Striscia, di cui 60 mila da schierare immediatamente per l’assedio di Gaza City. La domanda rimane alta: dove possiamo trovarli?
Un ufficiale ha sollevato questa inquietante questione dopo aver appreso che il capo di stato maggiore Eyal Zamir presenterà un piano tra due settimane. Lerner, con i suoi 25 anni di esperienza, mostra scetticismo riguardo le vere intenzioni della richiesta di «controllo della sicurezza» da parte del governo. Secondo lui, ciò non implica altro che un ritorno all’occupazione e la possibile reclusione di coloni. Tale scenario presuppone una presenza militare israeliana costante all’interno di Gaza e un controllo totale su legge, ordine e amministrazione.
C’era una volta lo Tsahal, l’esercito che incarnava lo spirito pionieristico del paese, ma oggi l’IDF non è più quello di un tempo. Gli iscritti all’esercito sono esosissimi e demotivati, e il recente picco di reclutamento dopo l’7 ottobre ha dimostrato solo quanto possa essere emotiva la risposta militarista. Recentemente, solo il 35-40% dei riservisti ha risposto all’appello, con appena il 44% di essi disposto a tornare per un secondo turno a Gaza. Questo perché, tra 295 mila uomini richiamati, quasi uno su due ha familiari che li aspettano, e molti hanno anche subito perdite personali e finanziarie durante il conflitto.
La psichiatra Shiri Daniels ha notato un aumento allarmante delle richieste d’aiuto tra i soldati, con oltre 40 mila richieste ricevute dalle organizzazioni di supporto. Solo nel 2024, i suicidi tra i soldati hanno superato i numeri degli ultimi dieci anni, e le tendenze suicide sono aumentate del 145%.
La domanda che Lerner pone è cruciale: chi sta decidendo per una totale occupazione militare? Mantenere il controllo di Gaza implica sorvegliare ogni angolo, gestire infrastrutture fondamentali come scuole e ospedali. Questa operazione richiederà una grande rotazione di soldati e porterà inevitabili costi economici consistenti, che potrebbero raggiungere decine di miliardi di dollari all’anno, senza contare il bisogno di ricostruzione e assistenza.
«Dobbiamo eliminare Hamas, ma senza perdere la direzione. Augurandoci di non diventare carcerieri di un altro popolo», avverte Lerner. La guerra non si risolverà con una presenza militare prolungata; al contrario, potrebbe soltanto intensificare la resistenza di Hamas e compromettere ulteriormente la legittimità delle operazioni israeliane.