Il ristorante preferito di Yousra Elhalees era il Mazaj, situato in un crocevia tra via Al-Nasr e via Al-Thawra, a Gaza City. Ogni mercoledì, Yousra si recava lì con gli amici per gustare piatti tradizionali e occidentali, inclusi piatti di patatine fritte che definisce deliziose. Da tre mesi, tuttavia, vive con la famiglia in una tenda nel campo profughi di al-Mawasi, affermando: «Ma io sono di Gaza City, il posto più bello del mondo». Prima del conflitto, risiedeva a Rimal, un quartiere benestante a soli trecento metri dal mare, dove si trovavano centri commerciali, ristoranti e hotel.
La vita a Gaza City è cambiata radicalmente dopo il 7 ottobre, quando è diventata uno dei primi bersagli dei bombardamenti, considerata dagli israeliani come un “punto di appoggio di Hamas”. Yousra racconta che la sua casa è stata colpita da un missile e da allora lei e la sua famiglia si sono spostati continuamente, tra cui suo nonno in sedia a rotelle. “Se penso che la mia città potrebbe scomparire del tutto, mi viene voglia di tornarci a piedi e difenderla con il corpo”, afferma la giovane ingegnera di 25 anni. Le sue amiche, Sarah e Aisha, dopo l’ultimo cessate il fuoco, sono tornate a vivere in una villetta rimasta in piedi. “Non staremo mai più in una tenda, meglio le macerie”, affermano con sicurezza.
Mohammed Rajab, un altro residente di Gaza City, condivide la sua preoccupazione per la notizia di un’imminente occupazione da parte dell’esercito israeliano, affermando: “Spero sia un bluff negoziale per fare pressione su Hamas”. Dei circa ottocentomila abitanti di Gaza City, più del 70% ha meno di 25 anni. “I giovani credono che avremo la forza di ricostruire, nonostante la morte e la fame attorno a noi”, prosegue Rajab, ma aggiunge che le generazioni più anziane manifestano meno fiducia nel futuro.
Di tenda in tenda
Prima del conflitto, Gaza City era una delle aree urbane più densamente popolate a livello globale, con oltre 700 mila persone distribuite su 45 chilometri quadrati. L’economia locale, duramente colpita da decenni di conflitto e da un rigoroso blocco israeliano, si basava su piccole industrie e sull’agricoltura, con coltivazioni di fragole, agrumi e olive. Mohammed ricorda con nostalgia i ristoranti e gli hotel che punteggiavano la costa della città. “Quando parlo con chi non ci è mai stato, sembra che pensino sia un villaggio antico e povero. In realtà, c’erano bar e centri commerciali, tutti parlavano un ottimo inglese”, riflette.
Quattromila anni
Gaza City esiste da oltre quattromila anni, è stata un porto mercantile nel mondo romano e ha vissuto innumerevoli cicli di devastazione e rinascita. Sami Abu Omar, che non è originario di Gaza City, ricorda il tempo in cui ci lavorava, passeggiando con la moglie tra le memorie di un tempo in cui i suoi figli erano piccoli e andavano a pregare alla moschea El Omary. Omar è convinto che solo il popolo palestinese possa sopportare il dolore attuale, affermando con fermezza che rinascere è ciò che sanno fare meglio.
Il futuro di Gaza City rimane incerto; mentre le voci di occupazione creano panico, la determinazione di chi vive lì rimane intatta. La speranza di ricostruire tra le macerie è forte, ma la paura dell’ignoto continua a incombere. Si sta esaurendo il tempo e la strategia di sopravvivenza non è più sufficiente; la comunità si trova di fronte a una sfida senza precedenti.
Questo racconto di Gaza City riflette le dolorose esperienze di chi è costretto a vivere in condizioni di conflitto, ma anche la straordinaria resilienza di un popolo che rifiuta di arrendersi, riporta Attuale.