I paesi del Golfo Persico cercano alternative allo stretto di Hormuz per l’esportazione di petrolio
I paesi arabi del Golfo Persico stanno intensificando i loro sforzi per trovare alternative allo stretto di Hormuz per l’esportazione del petrolio e del gas naturale. Attualmente, le alternative disponibili sono limitate e inadeguate: gli stati del Golfo stanno investendo miliardi di dollari per sviluppare nuove rotte e ampliare quelle esistenti, ma non esistono soluzioni definitive e le incertezze rimangono, riporta Attuale.
Fino all’inizio del conflitto in Medio Oriente, tutte le esportazioni di petrolio e gas naturale dai paesi arabi del Golfo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Kuwait e Iraq) transitavano via mare attraverso Hormuz, ad eccezione dell’Oman, le cui coste sono quasi interamente al di fuori del Golfo Persico. Questa rotta era la più economica e veloce, rendendo poco sensato considerare alternative.
Tuttavia, dopo più di tre mesi di guerra, i paesi del Golfo hanno rapidamente realizzato che, anche se lo stretto si riaprisse, non si tornerebbe alla situazione precedente. L’Iran potrebbe continuare a esercitare la sua influenza sull’accesso allo stretto, imponendo pedaggi e mantenendo il rischio di nuove chiusure in caso di nuove escalation belliche. Per questo motivo, i paesi del Golfo sono motivati a diversificare e ridurre la loro dipendenza da Hormuz.
Tra le soluzioni già esistenti, l’oleodotto Est-Ovest in Arabia Saudita emerge come una delle alternative più note. Questa infrastruttura, costruita durante la guerra Iran-Iraq negli anni Ottanta, trasporta petrolio dalla costa est del paese al porto di Yanbu sulla costa ovest, affacciato sul Mar Rosso. Anche se è stato potenziato per raggiungere una capacità di sette milioni di barili al giorno, questa cifra rappresenta ancora solo una frazione della produzione saudita. Le autorità saudite stanno pianificando ulteriori ampliamenti.
Un’altra alternativa è l’oleodotto Habshan-Fujairah negli Emirati Arabi Uniti, che consente il trasporto del petrolio dalla città di Habshan al porto di Fujairah, aggirando così Hormuz. In passato, questo oleodotto aveva una capacità di 1,1 milioni di barili al giorno, ma dopo gli ampliamenti recenti ha raggiunto una capacità massima di 1,8 milioni, che resta comunque limitata rispetto alla produzione totale degli Emirati. Ulteriori potenziamenti sono previsti nei prossimi mesi.
In Iraq, esiste un oleodotto che porta ai porti del Mediterraneo, collegando i giacimenti di Kirkuk con il porto turco di Ceyhan, anche se la sua capacità limitata di 250.000 barili al giorno non copre le esigenze della produzione irakena. Il governo iracheno sta considerando nuovi progetti per collegare il paese con Giordania, Turchia, Siria, o Israele, ma nessun progetto ufficiale è stato ancora approvato.
Tra i paesi del Golfo, Arabia Saudita, Emirati e Iraq sono avvantaggiati, poiché dispongono di accessi a mari che non sono il Golfo Persico. Invece, Kuwait, Qatar e Bahrein dipendono esclusivamente dallo stretto di Hormuz con poche alternative a disposizione.
Il Kuwait sta progettando una strategia di stoccaggio all’estero, stipulando accordi con altri paesi come Oman, Giappone e Corea del Sud per costruire grandi depositi in grado di ospitare il proprio petrolio, nel tentativo di garantirsi opportunità di vendita anche in caso di nuove chiusure di Hormuz.
Il Qatar si trova nella posizione più critica, poiché esporta gas naturale che deve essere trasformato in forma liquida e trasportato via mare. La costruzione di gasdotti non sarebbe sufficiente: anche impianti di liquefazione costosi e ingenti sarebbero necessari nei luoghi di destinazione per consentire le esportazioni. Attualmente, il Qatar e il Bahrein sono i soli paesi del Golfo privi di valide alternative a Hormuz.
Tutte queste alternative presentano tuttavia delle problematiche. In primo luogo, nessuna è in grado di sostituire completamente Hormuz in termini di capacità. Inoltre, l’ultima rotta rimane economicamente più vantaggiosa, il che significa che, non appena Hormuz riaprirà, le alternative rischiano di diventare nuovamente meno competitive. In aggiunta, tutti gli oleodotti alternativi rimangono vulnerabili a minacce militari iraniane. Recenti attacchi hanno dimostrato la fragilità delle attuali alternative, sottolineando la necessità di un accordo duraturo con l’Iran per una solida diversificazione delle rotte di esportazione.