Il governo presenta stasera il decreto sul “salario giusto” in vista del Primo maggio

28.04.2026 14:55
Il governo presenta stasera il decreto sul “salario giusto” in vista del Primo maggio

Oggi, il Consiglio dei Ministri discuterà il decreto sul lavoro in vista del Primo maggio, con un focus sui contratti leader firmati dalle organizzazioni più rappresentative. Solo le imprese che aderiscono a questi contratti avranno diritto a incentivi, riporta Attuale.

Il governo sta preparando un nuovo decreto lavoro, atteso oggi pomeriggio, 28 aprile, durante il Consiglio dei Ministri. Nonostante sia stato rivisto più volte, il punto centrale è chiaro: non ci sarà un salario minimo di legge, sempre respinto dalla maggioranza, ma si procederà con il “salario giusto”. Questo concetto, sebbene nebuloso, avrà un impatto concreto: le aziende dovranno garantire trattamenti economici non inferiori a quelli stabiliti dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni «comparativamente più rappresentative». In altre parole, il governo intende rafforzare i contratti leader, concordati dai sindacati principali e dalle associazioni datoriali di maggiore rilievo.

Questa scelta si concentra sul mondo confederale, coinvolgendo principalmente Cgil, Cisl e Uil, e restringe lo spazio per i piccoli sindacati, compresi quelli più vicini al centrodestra, come l’Ugl. Queste sigle, non coinvolte né convocate dal governo, hanno dichiarato: «Aspettiamo di leggere il testo, c’è un confronto in corso tra i sindacati».

La differenza col salario minimo

La questione chiave è la rappresentanza. Il decreto non introdurrà una soglia oraria minima, come richiesto dalle opposizioni nella loro campagna per il salario minimo. Tuttavia, tenta di intervenire in un altro modo: se un’azienda desidera beneficiare degli incentivi, non potrà optare per un contratto a condizioni inferiori solo perché risulta più conveniente. Anche nei settori non coperti da contrattazione collettiva, il riferimento dovrà essere al contratto più affine all’attività svolta dall’azienda.

Questa direzione era già stata tracciata dal Cnel, che ha lasciato scadere la delega sui salari adeguati. A febbraio, Renato Brunetta aveva difeso su Sole 24 Ore questa impostazione, che non prevede un salario minimo legale ma riconosce i contratti più rappresentativi come parametro per il «giusto salario». «La definizione del giusto salario passa attraverso la rappresentanza e il dialogo sociale, non attraverso un intervento pubblico di tipo normativo», scriveva, respingendo l’accusa di voler creare un «monopolio confederale» a danno dei sindacati minori.

Il fine dichiarato è «porre un solido argine istituzionale e di sistema» a chi immagina un libero mercato della contrattazione collettiva, in cui le imprese possono scegliere il contratto più vantaggioso a discapito dei lavoratori. Questo è un punto centrale nel decreto: dopo aver scartato la soglia legale, il governo riconosce di fatto ai contratti più rappresentativi un ruolo guida.

Il ritardo nei rinnovi

La bozza prevede anche un meccanismo per combattere il ritardo cronico nei rinnovi contrattuali. Qualora i contratti restino scaduti per oltre dodici mesi, si attiverà un adeguamento automatico pari al 30% dell’inflazione. Questa norma è stata soggetta a più modifiche: in una versione precedente, l’adeguamento era fissato al 60%. Tuttavia, i contratti già scaduti rimangono esclusi: la misura sarà operativa solo dal 2027.

Un altro capitolo riguarda i rider e il lavoro tramite piattaforme digitali. Il decreto impone restrizioni sull’uso degli account e cerca di contrastare il fenomeno del caporalato digitale. L’accesso alle piattaforme dovrà avvenire tramite Spid o altre forme di identificazione sicura. Le credenziali saranno personali e non trasferibili; chi viola questa regola rischia sanzioni amministrative da 600 a 1.200 euro.

Non si tratta solo di password. Nel provvedimento, si interviene pure sulla qualificazione del rapporto di lavoro. Si stabilisce che, quando il lavoro attraverso piattaforma è controllato tramite algoritmi, scatti una presunzione di subordinazione, salvo prova contraria. In sostanza, se l’organizzazione del lavoro è determinata dalla piattaforma, il rider non potrà essere automaticamente considerato un autonomo. Questo approccio mira a dare maggiore chiarezza a un settore spesso in un’area grigia.

Lo sfruttamento

Il decreto elenca diversi indici di sfruttamento, applicabili anche nel contesto digitale: compensi inferiori ai minimi dei contratti nazionali più rappresentativi, carichi di lavoro eccessivi, trattenute abusive e utilizzo illecito di identità altrui. Le piattaforme dovranno mantenere registri delle prestazioni e fornirli alle autorità competenti, mirando a colpire non solo il lavoro povero ma anche le filiere opache associate al delivery.

Sul fronte degli incentivi, il decreto riformula e prolunga i bonus per le assunzioni. Per le donne svantaggiate assunte a tempo indeterminato nel 2026 è previsto un esonero completo dai contributi previdenziali fino a 650 euro al mese per 24 mesi. Per le lavoratrici nelle regioni della Zes unica del Mezzogiorno, il limite sale a 800 euro. Misure simili sono disponibili per i giovani sotto 35 anni: esonero totale fino a 500 euro al mese, che può arrivare a 650 euro nella Zes. Inoltre, ci saranno incentivi per la trasformazione di contratti a termine in rapporti a tempo indeterminato, con particolare attenzione ai giovani in cerca di stabilità lavorativa. Il decreto proroga anche l’isopensione fino al 2029 e rifinanzia il Fondo nuove competenze.

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