La crisi in corso nel Golfo Persico si intensifica, con l’Iran che non sembra incline al compromesso, ma piuttosto a un ulteriore confrontamento militare. Le tensioni nello Stretto di Hormuz, dove si incrociano flotte militari e minacce, portano a temere un ritorno al conflitto. Majed Al Ansari, portavoce del primo ministro del Qatar Mohammed al Thani, avverte che «con la tensione a questi livelli, il rischio è che, prima ancora di qualsiasi colloquio, ci si spinga verso un’altra escalation», riporta Attuale.
Tre opzioni
Le proposte che circolano tra il Pentagono e la Casa Bianca mirano tutte a «riaprire» il braccio di mare strategico. Tuttavia, le strategie per raggiungere questo obiettivo sono molteplici. La più semplice prevede una presenza della marina americana che tratterebbe ogni imbarcazione iraniana come un obiettivo legittimo. Una sorgente diplomatica rivela che tra le opzioni discusse c’è anche l’idea di occupare le isole vicine a Hormuz e trasformarle in basi permanenti per controllare il passaggio, un’idea che entusiasma il segretario alla Difesa americano, Pete Hegseth. La terza via contempla il bombardamento delle infrastrutture iraniane per cercare di danneggiare economicamente il regime, nella speranza che le conseguenze portino a una pressione politica interna.
Il grande malinteso
Il fraintendimento fondamentale si consuma a Washington, dove si continua a ritenere che il regime iraniano, sebbene indebolito, prima o poi cederà. Per gli ayatollah, tuttavia, la resistenza rappresenta lo scopo ultimo di questo conflitto; ogni attacco è assimilato in una narrativa finalizzata a giustificare il regime. «Bombardare scuole, fabbriche, centrali elettriche è il modo più efficace per mostrare alla popolazione che il nemico esiste e vuole realmente annientare il Paese», spiega la fonte diplomatica.
La Guida suprema dà gli ordini
A complicare le trattative è la struttura del potere iraniano: un sistema burocratico e rigido centrato sulla Guida suprema, Mojtaba Khamenei. «Secondo informazioni d’intelligence, Mojtaba è ferito ma in grado di dare ordini. Nulla di importante si muove senza il suo consenso, e questo ritarda le decisioni», prosegue la fonte.
Il nodo dell’uranio
Nonostante il caos, i contorni della trattativa rimangono ben definiti. Teheran desidera continuare l’arricchimento dell’uranio a livelli limitati, sotto un tetto prestabilito con controlli accettabili dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Tuttavia, la linea rossa è rappresentata dall’arricchimento stesso. «Su quasi tutto il resto c’è una maggiore flessibilità; sull’arricchimento no, se non in cambio di un pacchetto di vantaggi economici e politici», conclude la fonte.
Oltre alla questione di Hormuz, si aggiunge un altro tema: l’Iran sa che la sua influenza si estende attraverso una rete di alleati in Libano e oltre e percepisce che non può permettersi di cedere contemporaneamente su entrambe le fronti, sia territoriali che sul programma nucleare.