Washington cerca di far pressione sull’Iran attraverso il limite di stoccaggio del petrolio
La strategia degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran si basa sulla pressione economica attraverso il cosiddetto «tank top», il punto critico in cui i serbatoi petroliferi sono completamente pieni e non possono accogliere ulteriore greggio. Questa manovra mira a costringere Teheran a rallentare o interrompere la produzione, con il rischio di danneggiare permanentemente le infrastrutture petrolifere, riporta Attuale.
Il blocco navale, fortemente voluto dall’ex presidente Donald Trump, non solo punta a ridurre le entrate del regime iraniano, ma anche a indebolire il cuore della sua economia, per spingere gli ayatollah a tornare al tavolo dei negoziati. La minaccia finale rimane comunque la possibilità di chiudere i pozzi petroliferi.
Scott Bessent, segretario al Tesoro, ha delineato una previsione preoccupante, affermando che l’Iran potrebbe trovarsi costretto a interrompere la produzione già dalla prossima settimana. Le petroliere ferme al largo, l’azzeramento delle esportazioni e i serbatoi che si riempiono rappresentano un sistema sull’orlo del collasso.
Tuttavia, molti analisti invitano alla cautela, ritenendo eccessive le previsioni di Bessent, e richiamano alla sorprendente capacità di adattamento del settore energetico iraniano.
La precarietà della situazione è evidenziata da un recente articolo del Wall Street Journal, che descrive l’Iran come un Paese «sommerso dal petrolio», obbligato a trovare ogni giorno nuove soluzioni per evitare di chiudere i rubinetti. Teheran sta riattivando vecchi siti di stoccaggio in disuso, riempiendo serbatoi improvvisati e deviando il greggio fuori dalla rotta tradizionale del Golfo, tentandone il carico su treni diretti verso la Cina.
Dietro i calcoli di Washington, tuttavia, c’è il rischio di sottovalutare la resilienza del sistema iraniano. Un alto funzionario di Teheran ha dichiarato a Bloomberg che il Paese ha già iniziato a ridurre la produzione per evitare di superare la soglia critica del «tank top».
In aggiunta a ciò, ingegneri iraniani affermano di aver sviluppato procedure per arrestare e riavviare i pozzi, riducendo il rischio di danni irreversibili, conseguenza di anni di sanzioni e interruzioni forzate.
In periodi passati di sanzioni, l’Iran ha mantenuto il proprio sistema attraverso le vendite alla Cina, utilizzando una rete di navi che sfuggivano ai controlli internazionali. Oggi, però, questo percorso è complicato dalla presenza militare statunitense attorno allo Stretto di Hormuz.
Rimane da vedere quanto potrà durare questo fragile equilibrio costruito da Teheran. Nessuno è in grado di fornire un termine preciso, escluso Donald Trump, che otto giorni fa ha previsto un’imminente esplosione delle infrastrutture petrolifere iraniane. Con molte banche e società di analisi che stimano un orizzonte di circa un mese se le condizioni restano invariate, Teheran ha fatto del mare il suo principale magazzino. Un numero crescente di petroliere è attualmente ormeggiato attorno all’isola di Kharg, il principale terminale di esportazione del Paese, trasformato in un parcheggio di acciaio e greggio. La competizione tra Stati Uniti e Iran si traduce ora in una lunga gara di resistenza.