Trump ordina una revisione della narrazione storica negli Stati Uniti
Roma, 23 agosto 2026 – Il 24 luglio 2026, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che critica la direzione dello Smithsonian e del National Museum of American History per non presentare “onestamente e con spirito di riconoscenza” la storia americana. L’amministrazione è ora incaricata di guidare i visitatori verso informazioni “accurate” sulla storia del Paese, riporta Attuale.
Questo intervento è stato analizzato da Kelsey Ables nel saggio del 20 agosto pubblicato dal magazine The Atlantic, evidenziando come Washington sia diventata un campo di battaglia nella lotta per il controllo della memoria nazionale. Il potere politico, come mostrano le parole di Ables, si intromette nella rappresentazione della storia, cercando di plasmare la narrazione secondo l’ideologia presidenziale.
Il discorso inaugurale di Ronald Reagan del 20 gennaio 1981 già mostrava l’importanza della storia nella narrazione presidenziale, utilizzando simboli nazionali come il Jefferson Memorial e l’Arlington National Cemetery per dare continuità al sogno americano. Tuttavia, diverse differenze segnano le attuali manovre politiche, dove non si tratta solo di conservare una tradizione, ma di modificare attivamente le percezioni storiche.
In questo contesto si inserisce il volume di Giorgio Caravale, professore di Storia moderna a Roma Tre, intitolato Chi controlla il passato. La storia nelle mani del potere, pubblicato da Laterza nel 2026. Caravale esamina l’ansia rivendicazionista della destra italiana, in particolare quella di Giorgia Meloni, e il suo approccio ambiguo alla storia nazionale. Questo comportamento non solo riflette un desiderio di riappropriarsi delle narrazioni storiche, ma evidenzia anche una difficoltà nell’affrontare gli aspetti problematici del passato politico.
In aggiunta, Caravale analizza l’approccio del ministro dell’Istruzione Valditara, che sembra condividere la stessa linea politica riassuntiva dell’identità storica. L’autore estende la sua indagine a fenomeni simili in altri contesti, come il tentativo della destra francese di Eric Zemmour di riformulare la propria proposta politica attraverso letture distorte della storia nazionale. Questa deformazione della realtà è accompagnata dalle dinamiche del movimento woke, che cerca di espungere dalla narrazione storica figure e eventi ritenuti incompatibili con i valori contemporanei.
La riflessione di Caravale non trascura gli sviluppi in contesti autoritari. Il regime di Xi Jinping in Cina, per esempio, utilizza meccanismi di censura e autocensura per controllare il racconto del passato e del presente. Parallelamente, la Russia di Putin ha assistito a una radicale ristrutturazione della narrazione storica per giustificare le sue ambizioni imperialiste, negando persino l’esistenza di una nazionalità ucraina.
In un apparente paradosso, l’uso manipolatorio della storia da parte dei poteri politici e culturali non ha portato a una nuova centralità di tali narrazioni ma ha invece svuotate, rendendole soggette a presentismo e relativismo. Caravale conclude il suo volume suggerendo che la manipolazione della storia e il cattivo uso del metodo storico si alimentano reciprocamente, evidenziando il complesso rapporto tra storia, politica e potere nell’era della post-verità e della crisi democratica.