Il rapporto Letta spacca l’Ue

19.04.2024
Il rapporto Letta spacca l’Ue
Il rapporto Letta spacca l’Ue

Meloni fredda su Draghi alla Commissione: «Felice che se ne parli, ma fino al voto è solo filosofia»

Non appena è iniziata la discussione al Consiglio europeo, i miscredenti sono subito usciti allo scoperto, avanzando i loro dubbi. «Il mio report è una cassetta degli attrezzi, ma non è la Bibbia». Presentando il suo rapporto sul mercato unico europeo davanti ai leader Ue, Enrico Letta ha subito messo le mani avanti. E infatti, non appena è iniziata la discussione al tavolo del Consiglio europeo, i miscredenti sono subito usciti allo scoperto, avanzando i loro dubbi. Non tanto sugli obiettivi, che trovano tutti d’accordo, ma sulla strada per raggiungerli. Uno scenario che rischia di ripetersi quando, in estate, arriverà il rapporto sulla competitività di Mario Draghi che dovrà tradurrà in misure concrete i princìpi generali annunciati.

La proposta di destinare una parte degli aiuti di Stato a progetti paneuropei, avanzata da Letta, ha subito visto emergere lo scetticismo di Emmanuel Macron. L’idea di fare nuovo debito comune, invece, si è schiantata, ancora una volta, contro il muro dei frugali guidati dal cancelliere austriaco Karl Nehammer. E anche la suggestione di ribattezzare l’unione dei mercati di capitali in «unione dei risparmi e degli investimenti» è stata prima inserita nelle conclusioni, per poi essere depennata. Su questo fronte la discussione tra i 27 è proseguita a lungo ed è durata molto più del previsto perché sono emerse tre forti resistenze: sull’idea di centralizzare la supervisione, sulla possibilità di un’armonizzazione fiscale per le imprese e sull’introduzione di un quadro unico per le procedure fallimentari. Addirittura è stato messo in discussione (da Olaf Scholz) il concetto stesso di «New Deal per la competitività», con il titolo degradato a «verso un New Deal per la competitività».

«Io non propongo alcun cambiamento dei Trattati, ma soluzioni pragmatiche», ha cercato di rassicurare i presenti l’ex premier italiano. Che al termine del confronto ha trovato il modo di vedere il bicchiere mezzo pieno: «Sono orgoglioso perché siamo riusciti ad aprire una discussione che ci porta verso il futuro». Charles Michel ha assicurato che «c’è stato molto sostegno» sul report dell’italiano, anche se «questo non significa che tutti i leader siano d’accordo su tutti i dettagli perché ci sono un sacco di cose» e infatti «è stato un Consiglio europeo difficile». Cauto pure il premier belga Alexander De Croo, tra i principali sponsor dell’incarico a Letta: «Lo ringrazio per il suo lavoro, ma è solo un primo passo perché il vero lavoro inizia adesso».

Più accomodante Giorgia Meloni, che ha definito «molto interessante» il lavoro di Letta. La premier ha però toccato quello che continua a essere un nervo scoperto per l’Ue. «Possiamo avere le strategie migliori, ma c’è bisogno delle risorse. Si sa qual è il dibattito nell’Ue sul debito comune, proposta sostenuta dall’Italia». È stato lo spagnolo Pedro Sanchez a mettere sul tavolo l’idea di un Next Generation EU bis per il post 2026, ma l’austriaco Karl Nehammer lo ha subito stoppato: «Lo abbiamo già fatto una volta e stiamo ancora pagando gli interessi».

Il vero scontro che ha visto giocare su due fronti opposti i Paesi piccoli e quelli più grandi si è però consumato sulla proposta di centralizzare la supervisione dei mercati di capitali, assegnando maggiori poteri all’Esma (che ha sede a Parigi). Una soluzione che non piace affatto agli Stati minori che sono importanti piazze finanziarie, come il Lussemburgo, Malta, l’Irlanda o Cipro. Alla fine, grazie a una mediazione franco-tedesca, si è deciso di sbloccare la situazione con il più classico degli stratagemmi per calciare la palla in tribuna: il Consiglio europeo ha incaricato la Commissione di «valutare» le condizioni per poter affidare all’Esma la supervisione «degli attori transnazionali dei mercati finanziari più rilevanti», limitando quindi l’azione ai big.

Parecchio scetticismo è emerso sull’idea di armonizzare gli aspetti più rilevanti del diritto tributario delle imprese, tanto che il passaggio più critico è stato depennato dalle conclusioni. «Noi siamo contrari – ha fatto presente l’estone Kaja Kallas – perché, essendo un piccolo Paese, non abbiamo molti vantaggi competitivi e ciò di cui disponiamo è un sistema fiscale molto competitivo. Quindi, per favore, non portatecelo via».

Prendiamo il mercato delle telecomunicazioni: più di cento operatori attivi contro i tre americani, e con costi comparabili per i consumatori. Prendiamo la produzione europea di principi attivi e prodotti finiti di sintesi: vent’anni fa erano per più della metà di aziende europee, oggi sono meno di un quarto. Non siamo riusciti a farci Europa nemmeno in un settore nel quale il ruolo degli Stati è fortissimo, ovvero la Difesa. Dal 24 febbraio del 2022 sono passati più di due anni. Per aiutare l’Ucraina a difendersi dall’invasore russo i Ventisette hanno moltiplicato la spesa militare: 240 miliardi nel 2022, 280 nel 2023, 350 nel 2024. Ma tutti quei fondi non sono serviti ad acquistare materiale bellico europeo, anzi. Il 78 per cento è stato speso per armamenti provenienti da altre aree del mondo. Il contrario di quel che fa il governo americano che spende otto dollari su dieci per acquisti di aziende americane. Ecco perché Meloni trova «interessanti» i rapporti di Letta e Draghi: l’Europa che immaginano non è troppo diversa da quella che i più illuminati a destra pensano dovrebbe essere.

Fonte: LaStampa

Lascia un commento

Your email address will not be published.