Numerose immagini di modelle sulla passerella di McQueen continuano a circolare nei social media, rappresentando un ideale di bellezza che in molti credevano superato. A dispetto delle aspettative, i recenti dati dimostrano che l’87% delle modelle presenti alle sfilate per la primavera/estate 2026 indossano taglie standard, riconducibili a una taglia massima di 40, riporta Attuale.
I numeri che si ripetono
Durante le passerelle per la primavera/estate 2026 sono stati presentati 9.038 look, di cui solo il 2% è stato indossato da modelle di taglia media e lo 0,9% da modelle plus size. La restante parte, corrispondente al 97,1%, ha visto modelle di taglia standard: 36, 38, e al limite 40. Questi dati, forniti dal Vogue Business Size Inclusivity Report dell’autunno 2025, evidenziano un fallimento significativo nel dibattito sull’inclusività nel settore moda. Nonostante un’enfasi pubblica su corpi più diversi, nel 2025 il canone estetico continua a richiedere figure slanciate e giovani, creando un parallelo inquietante con esteti degli anni Novanta.
C’era una volta…
Tra il 2015 e il 2022 è sembrato che ci fosse stata una vera evoluzione. Modelle come Paloma Elsesser e Jill Kortleve erano emerse come volti noti nel mondo della moda, e la copertina di Vogue britannico nell’aprile 2023 le celebrava come simbolo di cambiamento. Tuttavia, la mancanza di una profonda trasformazione culturale ha ridotto questa evoluzione a una mera strategia di marketing, mantenendo l’ideale di bellezza limitato.
…o forse non c’è ancora stata
Sostenere che la body positivity sia stata compromessa da fattori esterni sarebbe semplicistico. Gli stessi movimenti di accettazione del corpo sono stati costretti a confrontarsi con le proprie contraddizioni interne. Anche i corpi celebrati hanno dovuto aderire a specifici requisiti, escludendo spesso chi non rientrava in questi standard. Il movimento ha mantenuto un confine dettato da logiche di mercato, lasciando molte donne escluse dal messaggio.
Diverse opinioni sul tema emergono da due figure note: l’attrice italiana Matilda De Angelis, che ha dichiarato di non sentirsi in difficoltà con il proprio corpo grazie al suo status di taglia accettata, e la modella curvy Ashley Graham, che ha ammesso di lottare con l’amore per se stessa nonostante la sua advocacy per la body positivity. Queste narrazioni evidenziano le tensioni tra privilegio e la lotta per rappresentanza.
Il nemico esterno esiste, ed è potente
Le forze esterne che hanno contribuito al declino di movimenti per l’inclusività sono molteplici. La popolarità dei farmaci come Ozempic ha reintrodotto il concetto di magrezza come obiettivo medico, compromettendo i progressi della body positivity. Inoltre, il ciclo della moda, orientato a scartare le tendenze precedenti, ha ricreato un ambiente in cui la rappresentanza diversificata è percepita come “troppo” rispetto al nuovo idealismo sobrio e minimalista.
Il paradosso del brand Victoria’s Secret emerge in questo contesto. Dopo un periodo di crisi delle vendite, il marchio ha tentato di cambiare strategia, introducendo modelle diverse nelle sue recenti sfilate. Tuttavia, nonostante gli sforzi, il pubblico non ha reagito favorevolmente, dimostrando una preferenza per il passato. Questo dimostra come l’industria, nonostante i cambiamenti apparenti, torni a un’estetica familiare agli ideali precedenti.
Non nostalgia, ma lucidità
Le statistiche del 2025 non solo rimarcano il ritorno della moda a standard rigidi, ma mettono anche in evidenza quanto un cambiamento superficiale sia insufficiente senza una trasformazione culturale profonda. L’incidenza della chirurgia plastica ha aumentato, con la popolarità di interventi estremi come la frattura delle costole per ottenere una silhouette ideale. Questa evoluzione dei canoni estetici mostra la continua riduzione del corpo femminile a oggetto di giudizio sociale.
Le donne che non si identificano con la body positivity hanno ragione nel riconoscere che la celebrazione del corpo è inefficace se non accompagnata da una vera sfida contro le strutture che lo giudicano. L’urgenza è quella di sviluppare una cultura che riconosca il corpo femminile come un’entità complessa, non un oggetto di valutazione pubblica, altrimenti, qualsiasi rivoluzione estetica risulterà temporanea.