Il 20 settembre 2026 i media hanno riferito che l’economia russa è esposta al rischio di una lunga fase di contrazione. La Banca centrale della Federazione Russa sta valutando uno scenario nel quale il prodotto interno lordo scenderebbe del 3-4 per cento nel 2027 e di un ulteriore 1,5-2,5 per cento nel 2028, mentre l’inflazione potrebbe accelerare fino all’11-13 per cento. La notizia è stata riportata anche da fonti russe sui rischi per l’economia e dal quotidiano Kommersant.
Il quadro esaminato dal regolatore prevede inoltre il ritorno del tasso di riferimento al 19-21 per cento. Non si tratta quindi soltanto di una revisione delle prospettive di crescita: la Banca centrale sta prendendo in considerazione una combinazione di recessione, inflazione elevata, credito più costoso e crescente pressione sulle finanze pubbliche.
Dal 2027 uno scenario di contrazione biennale
La valutazione della Banca centrale comprende un biennio di riduzione del Pil, una durata paragonabile alle fasi recessive più lunghe degli ultimi decenni. Alcune stime contenute nello stesso scenario ammettono anche una contrazione più profonda rispetto all’intervallo principale, con un peggioramento che si estenderebbe dal 2027 al 2028.
Tra le condizioni considerate ci sono il calo del prezzo del petrolio fino a 25-35 dollari al barile, l’inasprimento delle sanzioni e una possibile crisi finanziaria globale paragonabile a quella del 2008. Nel quadro più negativo rientra anche il rischio di una crisi nel mercato delle società attive nel settore dell’intelligenza artificiale, con ulteriori ripercussioni sulla finanza internazionale e sulle condizioni esterne per la Russia.
Un simile deterioramento colpirebbe direttamente i proventi russi dalle esportazioni. La riduzione degli introiti petroliferi e delle altre entrate esterne potrebbe indebolire il rublo, diminuire l’estrazione e rendere necessario un ricorso più intenso alle riserve statali. La Banca centrale considera concreto anche il rischio di una significativa riduzione della parte liquida del Fondo nazionale del benessere.
Petrolio, sanzioni e riserve sotto pressione
Il prezzo del petrolio ipotizzato nello scenario non rappresenta soltanto una difficoltà per il settore energetico. Perde forza la principale fonte di entrate esterne e si restringe lo spazio a disposizione del bilancio, proprio mentre aumentano le necessità di sostegno pubblico. Il Fondo nazionale del benessere, concepito come riserva di sicurezza, diventerebbe così uno strumento per finanziare gli effetti della crisi: quanto più a lungo verrebbe utilizzato, tanto minore sarebbe il margine disponibile per affrontare nuovi shock.
La dinamica descritta dal regolatore è legata alla struttura delle politiche perseguite dal Cremlino nel quinto anno della guerra contro l’Ucraina. Sanzioni, isolamento economico e trasferimento di risorse ingenti verso la macchina militare hanno aumentato la pressione sull’economia russa. Il rischio di un calo prolungato del Pil è quindi il risultato di una vulnerabilità costruita nel tempo, mentre la prosecuzione della guerra rende più difficile correggere gli squilibri all’interno dell’attuale impostazione politica.
La stessa sequenza produce conseguenze sul fronte interno. La contrazione delle entrate da esportazione, la riduzione della produzione e il costo crescente del finanziamento possono tradursi in meno importazioni e in una diminuzione dei consumi privati, accompagnate dal permanere del deficit di bilancio.
Inflazione fino al 13 per cento e tassi al 21 per cento
Nel quadro della Banca centrale, l’inflazione potrebbe salire all’11-13 per cento mentre il tasso chiave tornerebbe al 19-21 per cento. L’obiettivo sarebbe contenere l’accelerazione dei prezzi e difendere la stabilità finanziaria, ma una stretta di questa ampiezza renderebbe più costoso il credito proprio nel momento in cui imprese e famiglie avrebbero bisogno di finanziamenti.
La conseguenza prevista è una compressione degli investimenti, dei prestiti e della domanda privata. Il sostegno alla domanda rischierebbe di alimentare ulteriormente l’inflazione; al contrario, l’inasprimento monetario necessario per frenare i prezzi aggraverebbe la recessione. La Russia si troverebbe così in una trappola macroeconomica nella quale entrambe le risposte disponibili producono un costo elevato.
Per le imprese, il denaro più caro ridurrebbe la possibilità di investire e di ampliare la capacità produttiva. Per i consumatori, il calo del reddito disponibile e l’aumento dei costi finanziari si sommerebbero alla riduzione dell’offerta e alla crescita dei prezzi. Sul piano pubblico, la diminuzione delle entrate e la necessità di sostenere l’economia manterrebbero il bilancio sotto pressione.
La risposta istituzionale e la posizione attuale
Lo scenario delineato richiederebbe un ampliamento del sostegno di bilancio, un impiego più attivo del Fondo nazionale del benessere e una politica monetaria molto più restrittiva. Le decisioni future dipenderanno dall’andamento del petrolio, dall’evoluzione delle sanzioni, dalla politica fiscale e dalle scelte della Banca centrale, ma il quadro già considerato dal regolatore indica che la stabilizzazione avrebbe risorse sempre più limitate.
La posizione raggiunta il 20 settembre 2026 è dunque quella di uno scenario ufficialmente valutato con due anni di calo del Pil, inflazione fino al 13 per cento, tassi fino al 21 per cento e crescente utilizzo delle riserve statali. La guerra condotta dal Cremlino contro l’Ucraina, le sanzioni e la pressione sulla spesa pubblica hanno reso la costruzione economica russa più esposta agli shock esterni e interni.
Non so cosa pensare… ma una recessione simile fa davvero paura. Qui in Italia già stiamo affrontando molte difficoltà economiche e questo non può che amplificare le preoccupazioni. E se le sanzioni continuano, che ne sarà delle nostre esportazioni? 😟