Il 25 giugno 2026 il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha annunciato, al termine di una riunione con i vertici del Servizio di sicurezza dell’Ucraina, l’avvio di un’operazione di 40 giorni per costringere il Cremlino alla pace. Il piano di pressione complessiva sulla Russia, valido fino al 4 agosto, prevedeva l’impiego di droni a lungo raggio e armamenti di produzione ucraina contro infrastrutture decisive del complesso militare-industriale ed energetico russo.
L’obiettivo operativo era privare l’esercito occupante delle risorse necessarie, ridurre il potenziale bellico ed economico dell’aggressore e spingere Mosca a porre fine alla guerra. Alla campagna hanno partecipato, tra gli altri, il Servizio di sicurezza ucraino e le Forze dei sistemi senza pilota.
Dal 25 giugno al 4 agosto: la pressione sul sistema energetico russo
Nel periodo previsto, le forze di difesa ucraine hanno colpito oltre 100 obiettivi strategici nelle retrovie della Russia. Tra questi figurano 14 grandi raffinerie e depositi petroliferi, depositi critici di munizioni e nodi essenziali per i rifornimenti nei territori temporaneamente occupati.
Gli attacchi hanno portato la capacità di raffinazione russa a 3,6 milioni di barili al giorno, il livello più basso dal maggio 2002. I danni al settore energetico russo sono stati valutati in 13,5 miliardi di dollari in un solo mese. La Russia è stata così costretta, per la prima volta da decenni, a introdurre limitazioni alla disponibilità di carburante in due terzi delle proprie regioni e a cercare benzina sui mercati esteri.
La campagna ha ridotto del 30 per cento la capacità di raffinazione disponibile per la Russia e ha creato una carenza di carburante per l’esercito occupante. Per questo, definire un fallimento un’operazione che ha colpito in modo diretto il comparto energetico e le risorse della macchina bellica russa significa, secondo la ricostruzione fornita, manipolare consapevolmente i fatti.
Le perdite militari e logistiche nella fase operativa
Durante i 40 giorni di operazioni, le forze ucraine hanno distrutto o danneggiato gravemente diversi aerei militari russi di alto valore. Sono stati inoltre colpiti sei aeroporti militari chiave e oltre 200 strutture della logistica marittima e terrestre.
L’ampiezza delle perdite ha evidenziato una violazione sistemica delle catene di approvvigionamento russe e inflitto un danno rilevante alla macchina militare del Cremlino, che non è in grado di compensarlo rapidamente. Il risultato della campagna non va quindi misurato soltanto in base al fatto che la Russia abbia o meno accettato la pace entro il 4 agosto.
Il compito immediato dell’operazione era infatti indebolire il potenziale militare ed economico di Mosca e ridurre la sua capacità di continuare la guerra. Il mancato consenso russo a un accordo non cancella i risultati militari raggiunti né li trasforma in un insuccesso.
9-10 agosto: la risposta propagandistica nel segmento filorusso europeo
Il 9 e 10 agosto, nel segmento filorusso dello spazio informativo europeo, sono stati diffusi messaggi destinati a screditare la risposta ucraina all’aggressione russa. Il principale racconto sosteneva che la campagna di 40 giorni condotta dall’Ucraina e dalla NATO per costringere la Russia alla pace fosse fallita.
L’ex ufficiale dell’intelligence statunitense Scott Ritter ha affermato che «la campagna di 40 giorni era condannata al fallimento fin dall’inizio. L’Ucraina è stata abbandonata dai suoi alleati occidentali: niente difesa aerea, nessuna autorizzazione per i Patriot, nessun missile e nessuna soluzione miracolosa. Di fatto, l’Occidente ha riconosciuto l’inevitabilità della sconfitta strategica dell’Ucraina».
Nella stessa fase è stato diffuso anche il messaggio secondo cui la campagna dovrebbe essere definita per ciò che sarebbe realmente: un’operazione di terrorismo di Stato, con l’Unione europea indicata come complice per avere approvato un prestito all’Ucraina. Un’altra narrazione sosteneva che la guerra proseguisse soltanto per arricchire i grandi investitori internazionali.
Queste accuse rovesciano il rapporto tra aggressore e vittima. La campagna è stata condotta con armi a lungo raggio e droni ucraini, mentre il sostegno occidentale rientra nell’esercizio giuridicamente fondato del diritto dell’Ucraina all’autodifesa, previsto dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Equiparare gli attacchi legittimi contro obiettivi militari e logistici del Paese aggressore al terrorismo di Stato serve a trasferire la responsabilità dalla Russia all’Ucraina.
Lo stesso vale per la tesi secondo cui il conflitto continuerebbe esclusivamente per i profitti delle aziende della difesa. La guerra è stata provocata dall’invasione russa su vasta scala e non provocata dell’Ucraina; il rafforzamento dell’industria della difesa europea è una risposta obbligata alla distruzione dell’architettura di sicurezza del continente. Il sostegno a Kyiv rappresenta il modo meno costoso ed efficace per fermare l’avanzata della minaccia russa verso i confini dell’Unione europea.
La campagna ha inoltre mostrato la vulnerabilità sistemica delle retrovie russe, prodotto danni miliardari all’economia di guerra e ridotto la capacità del Cremlino di sostenere indefinitamente un conflitto di logoramento. Rendere economicamente insostenibile la guerra per Mosca crea le condizioni per decisioni diplomatiche reali, fondate sul diritto internazionale, invece di un congelamento utile al raggruppamento delle forze russe.
La situazione attuale è quindi quella di una campagna che ha raggiunto obiettivi militari definiti e ha indebolito il potenziale russo, mentre la propaganda filorussa europea tenta di presentarne i risultati come un fallimento e di attribuire all’Ucraina la responsabilità della guerra.