Un documento dell’Agenzia per la sicurezza nazionale (NSA), del Centro per la cybersicurezza (CISA) e dell’FBI, pubblicato l’8 settembre, accusa i laboratori cinesi di condurre campagne di distillazione su scala industriale contro le aziende statunitensi di intelligenza artificiale, sostenendo che dal 2024 abbiano interrogato milioni di volte i modelli americani, estraendo miliardi di token di risposte da utilizzare per addestrare i propri sistemi, riporta Attuale.
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato: «Siamo i leader rispetto alla Cina e voglio che continuiamo a esserlo, perché chi vince nell’AI vince tutto». Questa affermazione arriva in un contesto di crescente preoccupazione per la competitività tecnologica con la Cina, enfatizzando l’importanza della leadership americana nell’innovazione tecnologica.
Domenica scorsa, un’intervista a Dario Amodei, CEO di Anthropic, ha messo in luce questa competizione, ponendo l’accento sul fatto che la geopolitica costringe le aziende americane a un’accelerazione nello sviluppo dell’intelligenza artificiale. La risposta da Pechino non si è fatta attendere, con il portavoce del ministro degli Esteri cinese che ha sottolineato che la paura e la competizione feroce ostacolano una governance sana dell’AI.
Il quotidiano Global Times, vicino al governo cinese, ha etichettato le preoccupazioni della Silicon Valley come un ritorno a una logica da Guerra Fredda. Questo contesto solleva interrogativi su come le nazioni possono coesistere e competere nel campo dell’innovazione tecnologica, mantenendo la sicurezza e la cooperazione globale.
L’atto d’accusa
Il rapporto della NSA evidenzia che le aziende cinesi avrebbero utilizzato tecniche per interrogare i modelli americani in modo sistematico, comportando una violazione delle norme di utilizzo e preludio a un presunto furto tecnologico. I miliardi di token estratti corrisponderebbero a un quantitativo pari a decine di migliaia di libri, suggerendo un’operazione di vasta portata.
Il fatto che gli Stati Uniti abbiano tentato di soffocare lo sviluppo dell’AI cinese bloccando l’export dei chip più avanzati ha reso evidente la necessità di approcci alternativi da parte della Cina, che ha trovato nella distillazione una strategia per accrescere la propria competitività. Questa tecnica consente di addestrare modelli propri sfruttando le risposte di quelli americani, riducendo notevolmente i costi di sviluppo.
Una recente analisi dell’università di Stanford indica che il divario di performance tra i modelli cinesi e americani si è notevolmente ridotto, spingendo l’amministrazione statunitense a riesaminare le proprie strategie. Il dilemma si concentra sulla questione se limitare lo sviluppo dei propri modelli di intelligenza artificiale per mantenere un vantaggio tecnologico, sempre più messo in discussione da ciò che avviene in Cina.
Il paradosso
Le accuse americane evidenziano un paradosso: mentre le aziende statunitensi hanno storicamente sviluppato i loro modelli attingendo a un vasto pool di dati disponibili online, essa sottolinea l’ingiustizia della competizione. I modelli cinesi, benché accusati di furto, aderiscono a un servizio di abbonamento, sollevando interrogativi sulle normative e sulla proprietà intellettuale nell’era digitale. La questione si complica ulteriormente quando gli sviluppatori americani propongono di rallentare il loro progresso tecnologico, suggerendo allo stesso tempo di fermare la Cina.