La gestione della fusione tra Banco Bpm e Mps e il ruolo di Crédit Agricole nella dinamica italiana

10.06.2026 07:25
La gestione della fusione tra Banco Bpm e Mps e il ruolo di Crédit Agricole nella dinamica italiana

Gioco strategico tra Italia e Francia nella fusione bancaria tra Mps e Banco Bpm

Il confronto su Mps non si riduce più al solo aspetto finanziario, né alla consueta affermazione che “il mercato deciderà”. La questione centrale è la solidità dell’argomento francese, un tema che circola con prudenza ma chiarezza negli ambienti del Mef vicini a Giancarlo Giorgetti: il rischio di un’influenza Crédit Agricole su Siena è ormai considerato decisamente ridimensionato, riporta Attuale.

Per comprendere la situazione, è utile esaminare i dettagli: Crédit Agricole detiene attualmente il 22,9% di Banco Bpm, mentre i soci di peso nel Monte dei Paschi sono italiani: Delfin al 17,533%, Caltagirone al 10,262%, il Mef al 4,863%, Banco Bpm al 3,741%, BlackRock al 4,898%, con il resto della partecipazione distribuito sul mercato. Da ciò si evince che, in caso di fusione con Siena, il peso dei francesi non si trasmetterebbe automaticamente nel nuovo gruppo, ma verrebbe notevolmente diluito. Le proiezioni di mercato suggeriscono che, nel polo Mps-Banco Bpm, Delfin rimarrebbe primo azionista con circa l’11,6%, seguito da Caltagirone con il 6,8% e il Mef ridotto al 3,2%, mentre Crédit Agricole, attualmente socio predominante di Piazza Meda, si attesterebbe intorno al 6,5%. Anche considerando l’eventualità di un aumento al 29,9%, il contributo francese risulterebbe appena superiore all’8%, sufficiente per un ruolo di dialogo, ma non per ottenere un controllo significativo.

Questo aspetto è cruciale secondo il Mef. Se l’operazione Banco Bpm-Mps ha un potenziale di capitalizzazione superiore ai 50 miliardi e promette sinergie lorde di oltre 1,1 miliardi, è evidente che la questione non è più “Francia contro Italia”, bensì quale struttura italiana possa garantire la stabilità del sistema. Per Giorgetti, l’obiettivo è creare un terzo polo sufficientemente grande da resistere alle acquisizioni, radicato e patrimonializzato per affrontare le competizioni europee.

La questione riguardante Generali risulta ancor più delicata. Mps, attraverso Mediobanca, possiede una partecipazione di circa il 13% nel Leone, ma se Crédit Agricole si limitasse al 6,5% del nuovo gruppo, la sua esposizione economica su Generali sarebbe inferiore all’1%. Anche in uno scenario estremo, dove Agricole raggiungesse il 29,9% di Banco Bpm prima della fusione, l’esposizione resterebbe intorno all’1,1%. Questo scenario non elimina le problematiche di governance e alleanze, ma attenua l’idea di un assalto francese al patrimonio italiano. Palazzo Chigi non può permettersi di ignorare queste dinamiche, nonostante abbia utilizzato il tema dell’italianità per supportare politicamente l’accordo Intesa-Unipol-Bper. La mossa di Intesa, con un’Opas da 30,6 miliardi e la vendita di 635 sportelli e del marchio Mps a Unipol, ha un chiaro significato politico: protegge il Leone da Parigi, ma accentua ulteriormente la concentrazione del sistema attorno al gruppo nazionale leader.

La linea di demarcazione si sta pertanto spostando. Non si tratta più di chiedersi se i francesi partecipino o meno al gioco: sono già presenti, sebbene con una presenza diluita. Si tratta di capire chi, tra Tesoro e Palazzo Chigi, riuscirà a delineare la propria visione di interesse nazionale. Per il Mef, l’interesse nazionale consiste nel costruire un terzo polo contendibile ma fondamentalmente italiano. Per Chigi, l’obiettivo è evitare ambiguità riguardo a Generali. Tuttavia, i numeri rendono la retorica dell’invasione straniera meno convincente. Nel contesto bancario, quando la politica perde un argomento simbolico, resta solo una domanda scomoda: chi desidera realmente comandare?

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