La lunga notte di Joe e Bibi: “Hai già vinto, fermati qui”

15.04.2024
La lunga notte di Joe e Bibi: “Hai già vinto, fermati qui”
La lunga notte di Joe e Bibi: “Hai già vinto, fermati qui”

Il presidente Usa «placca» il premier: «Attacchi neutralizzati, no a rappresaglie». Il sostegno alla difesa dello Stato ebraico resta totale ma il dissenso su Gaza si allarga

All’indomani dell’attacco massiccio iraniano su Israele – il primo diretto dalla fondazione della Repubblica islamica – la fibrillazione a Washington è altissima. Sabato notte il presidente Biden ha parlato al telefono con il premier Netanyahu e, dopo avergli ricordato l’indistruttibile sostegno Usa allo Stato ebraico, gli ha spiegato che il successo nella difesa contro gli oltre 300 proiettili di varia natura sparati dall’Iran e dalle milizie filoiraniane, è un successo. Israele è più forte e l’ha dimostrato è il messaggio diretto che Biden ha riferito al premier nel suo bunker. «Prenditi questa vittoria», raccontano alcune fonti presenti alla chiamata.

Un modo per dire che non è il caso di rispondere a Teheran e che Washington non parteciperebbe ad alcuna offensiva, ha precisato Biden.

Da mesi l’America ha nella de-escalation regionale la bussola della sua politica e così ieri John Kirby, portavoce per il Consiglio per la Sicurezza nazionale, è saltato da un talk show all’altro (6 apparizioni) per recapitare identico messaggio ovvero che gli Usa «non vogliono un conflitto esteso con l’Iran» e che la difesa antiaerea combinata Usa-Israele ha realizzato uno straordinario successo.

Il 99% degli «oggetti volanti» è stato abbattuto. Il New York Times ha scritto che proprio la telefonata notturna avrebbe indotto Netanyahu a tirare il freno, ma la ricostruzione non è confermata da fonti dell’Amministrazione che hanno raccontato il clima di tensione nella Situation Room sabato sera mentre «c’erano 100 missili balistici in volo». Saranno le prossime ore e i prossimi giorni, ragiona Kirby, a dirci molto sulla piega che prenderanno gli eventi. Nel 1991 Bush senior chiamò il premier israeliano Yitzhak Shamir bersaglio nella sua Israele degli Scud di Saddam Hussein e riuscì a farlo desistere dal reagire, la mossa avrebbe messo a repentaglio la tenuta della coalizione internazionale.

A Washington oggi si nota la compattezza del mondo arabo in questo frangente e mandarla in frantumi sarebbe un regalo a tutti i nemici regionali, da Hamas a Hezbollah e ovviamente all’Iran. Biden ieri ha parlato con il maggiore alleato, il re Abdullah di Giordania, e Blinken ha avuto una telefonata con l’omologo egiziano Sameh Shoukry e il turco Hakan Fidan, entrambi preoccupati per un’escalation.

Dentro l’Amministrazione, però, serpeggiano i dubbi sulla tenuta di Netanyahu, fino a quando terrà il piede pigiato sul freno? Due funzionari del Pentagono hanno espresso il loro scetticismo alla Nbc. Nei corridoi del Consiglio per la Sicurezza nazionale la fiducia verso Netanyahu è ai minimi, la gestione dell’invasione di Gaza in tutte le sue fasi ha complicato il rapporto. I funzionari ammettono «che ci sono dei disaccordi evidenti» e qualcuno con La Stampa si lascia andare a un più colorito «la gestione della vicenda nella Striscia da parte di Israele è stata orribile» auspicando che sul fronte iraniano Netanyahu possa essere contenuto.

Anche se gli stessi funzionari alla domanda su come pensano che Israele possa rispondere se non «accontentarsi» della vittoria di cui ha parlato Biden, hanno risposto: «La questione non è solo se, ma cosa può fare Israele, e la decisione spetta a loro».

Israele, comunque, sarà difesa e viene ribadito che «non esiteremo – dice un alto esponente del governo Usa nel corso di una conference call con i giornalisti accreditati – ad agire per proteggere le nostre forze e a sostegno di Israele». La postura militare Usa resterà disposta per rispondere ad altre minacce.

All’indomani del raid su Damasco, costato la vita a un leader dei Pasdaran e ad altri sette militari, Biden aveva ordinato di tenersi pronti e preparare i piani per la difesa di Israele.

Il lavorio è stato su molti livelli: diplomatico con Blinken che ha sentito alleati e chiunque potesse avere un’influenza su Teheran; e militare, con Austin, capo del Pentagono, che ha inviato il generale Michael Erik Kurilla, a Tel Aviv per coordinare la risposta. Fitti i contatti ad ogni livello dell’Amministrazione con controparti in Israele e nella regione. I funzionari Usa hanno smentito di aver avuto un avvertimento 72 ore prima. E, soprattutto, non c’era alcun accenno sulla tipologia dell’attacco.

Washington attendeva una replica per il raid di Damasco più contenuta, la convinzione era che Teheran volesse «pareggiare i conti». Ma senza lo straordinario lavoro della difesa aerea (gli Usa hanno sparato con batterie in Iraq e dai caccia torpedinieri Carney e Arleigh Burke nel Mediterraneo) oggi la storia sarebbe quella di una disfatta. «Teheran voleva arrecare danni seri» allo Stato ebraico, è l’analisi americana. A operazione conclusa, mentre ancora il team di Biden era nella Situation Room, da Teheran è giunto un messaggio che, in pratica, diceva che per l’Iran l’attacco era finito.

Oggi, intanto, le antenne puntate sul Congresso. La politica Usa è in fermento, lo Speaker della Camera Mike Johnson ha detto di voler portare al voto una risoluzione per dare soldi a Israele. Non ha escluso possa essere combinata al pacchetto di aiuti all’Ucraina. Impresa non facile, la destra repubblicana è pronta a insorgere.

Fonte: LaStampa

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