Il disagio giovanile in Italia: una questione urgente nella Repubblica
Roma, 3 novembre 2026 – Nell’anno in cui la Repubblica ha compiuto ottant’anni, il malessere dei giovani torna a porci una domanda che non è soltanto sociale ma costituzionale, e che riguarda il posto riservato alle nuove generazioni nella vita comune, riporta Attuale.
I numeri aiutano a dare un nome a quel disagio. Un laureato occupato su quattro tra i 25 e i 34 anni svolge mansioni poco o mediamente qualificate, mentre il Paese continua a perdere giovani laureati verso l’estero.
Un secondo dato riguarda la percezione. Alla domanda su quanto sia diffuso il malessere psicologico tra gli studenti, più della metà dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni risponde che lo è molto. Tra chi ha superato i 65 anni, dà la stessa risposta meno di un italiano su tre. I giovani, in altre parole, avvertono un disagio che gli adulti faticano a vedere.
C’è dunque un divario non solo di condizioni, ma di sguardo. Lo ha colto il Presidente Mattarella nel messaggio di fine anno del 31 dicembre 2025. Rivolgendosi ai giovani, ha osservato che qualcuno, giudicandoli senza conoscerli davvero, li descrive come diffidenti, distaccati, arrabbiati. E ha chiesto loro di non rassegnarsi, di essere coraggiosi ed esigenti scegliendo il loro futuro, di sentirsi responsabili come la generazione che ottant’anni fa costruì l’Italia moderna.
Nell’ottantesimo della Repubblica, il richiamo a quella generazione non era casuale. La Carta fu elaborata da una classe politica in larga parte giovane. Eletto alla Costituente nel giugno 1946, Aldo Moro non aveva ancora 30 anni, Giulio Andreotti ne aveva 27, Emilio Colombo 26, Fiorentino Sullo, il più giovane, appena 25. Giuseppe Dossetti, con Moro il costituente democristiano più incisivo, ne aveva 33. Lo stesso valeva negli altri schieramenti: Nilde Iotti aveva 26 anni, Teresa Mattei 25, Renzo Laconi circa 30. Al confronto, Lazzati, Leone e Fanfani, tra i 36 e i 38 anni, rischiavano di sembrare «vecchi».
Il punto decisivo è che quei giovani non furono un fiore all’occhiello. Molti sedettero nella Commissione dei settantacinque, che redasse il progetto, e alcuni, come Moro, Dossetti e Laconi, anche nel Comitato dei diciotto, vero motore del lavoro in Aula. Ai giovani si affidarono responsabilità, non vetrine.
La Costituzione non dedica ai giovani un capitolo a sé, eppure li attraversa da parte a parte. Il punto di partenza è l’articolo 3, secondo comma, che affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona e la partecipazione effettiva alla vita politica, economica e sociale del Paese. È qui che il disagio giovanile smette di essere una faccenda privata e diventa una questione pubblica. Se un giovane non riesce a sviluppare i propri talenti o a far sentire la propria voce, la Carta chiede alle istituzioni di domandarsi perché. Da questa premessa discendono gli altri impegni.
L’articolo 31 chiede alla Repubblica di proteggere la gioventù in modo attivo, favorendo gli istituti necessari a tale scopo, dunque non con una tutela paternalistica ma costruendo luoghi e strumenti. L’articolo 34 indica il primo di questi luoghi, la scuola aperta a tutti, nella quale i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. Protezione e istruzione resterebbero però incomplete senza la parola. Per questo l’articolo 48 riconosce il voto ai maggiorenni, e dal 2021 i diciottenni eleggono anche il Senato.
C’è poi un orizzonte più lungo. Con la riforma del 2022 l’articolo 9 affida alla Repubblica la tutela dell’ambiente anche nell’interesse delle future generazioni. Per la prima volta la Carta guarda oltre i cittadini di oggi e riconosce che le scelte del presente pesano su chi verrà dopo.
Letti in sequenza, questi articoli disegnano un percorso che rimuove gli ostacoli, protegge e forma, dà voce e guarda lontano. I giovani non sono destinatari passivi di tutela, ma cittadini da mettere in condizione di partecipare.
Nel 1955, parlando agli studenti milanesi, Piero Calamandrei invitava a vedere, negli articoli della Costituzione, «giovani come voi». Quel richiamo, oggi può valere anche come metodo.
Coinvolgere i giovani in questo momento della vita repubblicana significa fare ciò che fecero i costituenti, cioè non limitarsi a parlare di loro ma affidare loro responsabilità reali, nei partiti, nelle istituzioni, nelle scuole, nei luoghi in cui si decide. Il malessere si nutre anche della sensazione di non contare, e la partecipazione è il primo antidoto che la Carta indica.
C’è infine una ragione di coerenza. Una Repubblica nata dall’audacia di una giovane generazione non può guardare con sospetto ai suoi ragazzi. Prendere sul serio la Costituzione, ottant’anni dopo, vuol dire restituire loro la stessa fiducia.