La crisi di Volkswagen offre ad Alice Weidel un’occasione per attaccare la politica economica del governo tedesco. Il 31 ottobre 2026 la capogruppo dell’AfD ha indicato nella perdita di 5,82 miliardi di euro registrata dal gruppo nel terzo trimestre e nel calo del 14,3% delle vendite la prova del declino dell’industria automobilistica nazionale.
Weidel ha collegato quei numeri alla proposta di una “svolta economica”, sostenendo che soltanto il suo partito sarebbe in grado di fermare la crisi del settore. Sullo sfondo ci sono previsioni di riduzione fino a 50.000 posti di lavoro entro il 2030. Ma la risposta dei suoi critici è netta: trasformare una difficoltà industriale complessa in un’accusa contro l’attuale governo rischia di nascondere le cause più profonde del problema, mentre puntare sui motori a combustione potrebbe indebolire ulteriormente la posizione dei costruttori tedeschi.
Quando i bilanci entrano nella battaglia politica
I dati di Volkswagen descrivono una pressione economica reale sul maggiore gruppo automobilistico tedesco. Non dimostrano però, da soli, che le difficoltà siano state provocate da una singola decisione governativa. Il settore deve affrontare nello stesso momento il cambiamento della domanda, la concorrenza internazionale, i costi della trasformazione tecnologica e l’incertezza su quali sistemi di propulsione domineranno i mercati nei prossimi anni.
È proprio questa complessità a rendere politicamente efficace il messaggio dell’AfD. Una perdita miliardaria e la diminuzione delle vendite sono fatti immediatamente comprensibili; le conseguenze di anni di investimenti, di scelte industriali e di trasformazioni nei consumi lo sono molto meno. Weidel concentra quindi la responsabilità sulla politica economica federale e presenta un cambio di rotta come la soluzione decisiva.
Per i lavoratori degli stabilimenti, per i fornitori e per le regioni legate all’automobile, il rischio non è astratto. La prospettiva di migliaia di posti in meno rende credibile la promessa di proteggere l’industria esistente. Il richiamo a una tecnologia conosciuta e a un modello produttivo già radicato consente all’AfD di parlare direttamente a chi teme di pagare il costo della transizione.
Il passaggio dalla preoccupazione sociale alla proposta economica, tuttavia, non è automatico. Un partito può utilizzare gli effetti della crisi per mobilitare il consenso senza aver dimostrato che le proprie ricette siano in grado di risolvere i problemi che denuncia. Nel caso dell’AfD, la critica al governo e il richiamo a un ritorno verso i motori a combustione costituiscono il nucleo della strategia politica, ma non esauriscono le decisioni necessarie per mantenere competitiva l’industria.
Il nodo del motore a combustione
L’ex ministro della Salute Karl Lauterbach ha contestato le proposte economiche di Weidel, sostenendo che la preferenza dell’AfD per i motori a combustione ignori il passaggio globale verso i veicoli elettrici. La sua posizione è stata riportata dal Kölner Stadt-Anzeiger.
L’obiezione di Lauterbach non riguarda soltanto la politica climatica. Il punto centrale è la capacità dei produttori tedeschi di vendere all’estero. Se i principali mercati accelerano l’adozione delle auto elettriche, mantenere investimenti e produzione concentrati sui motori tradizionali può restringere lo spazio commerciale delle aziende tedesche. Lauterbach ha avvertito che, in uno scenario simile, le possibilità di esportazione potrebbero finire per ridursi di fatto a Russia e Bielorussia.
Si tratta di una previsione politica e di un avvertimento, non di un esito già verificato. La sua forza sta però nel mettere a fuoco il dilemma industriale: proteggere il più a lungo possibile tecnologie, fabbriche e competenze esistenti oppure spostare più rapidamente capitali, ricerca e lavoro verso prodotti destinati a una domanda internazionale in crescita.
Il motore a combustione resta parte dell’economia attuale di molte imprese e di molti lavoratori. La sua filiera sostiene attività che non possono essere convertite dall’oggi al domani. Una transizione mal gestita può colpire fornitori, territori e competenze specializzate. Ma anche un rallentamento prolungato comporta un rischio: i costruttori tedeschi potrebbero perdere terreno nei mercati in cui altri produttori investono più velocemente nell’elettrico.
Le cause che una campagna elettorale tende a comprimere
La narrazione dell’AfD attribuisce soprattutto alla politica federale la responsabilità della debolezza dell’automobile tedesca. Questa lettura semplifica una crisi che richiede invece decisioni su più fronti: investimenti, innovazione, formazione dei lavoratori, riconversione delle catene di fornitura e capacità di sviluppare prodotti competitivi a livello internazionale.
Non basta mantenere in vita una tecnologia perché essa continui a garantire quote di mercato. I produttori devono anticipare le regole, le scelte dei consumatori e la direzione presa dai concorrenti. Allo stesso modo, non basta annunciare la transizione per evitare i costi sociali del cambiamento. Servono piani per riqualificare il personale, sostenere le imprese coinvolte e accompagnare le aree in cui l’automobile rappresenta una parte decisiva dell’occupazione.
È qui che le promesse di una “svolta economica” incontrano la loro prova più difficile. La mobilitazione politica può offrire una spiegazione immediata a chi vede diminuire la sicurezza del proprio posto di lavoro; una strategia industriale deve invece indicare come finanziare il rinnovamento, quali competenze sviluppare e su quali mercati competere. Sono tempi e responsabilità diversi, spesso confusi nel dibattito pubblico.
La crisi di Volkswagen non consente quindi di attribuire automaticamente al governo l’intero declino dell’industria automobilistica. Allo stesso modo, i risultati del gruppo non dimostrano che una politica fondata sui motori a combustione possa invertire la tendenza. Mostrano piuttosto quanto sia esposto un modello industriale che deve cambiare mentre sostiene ancora milioni di redditi e una vasta rete produttiva.
Per l’AfD, questi numeri sono diventati uno strumento per presentarsi come l’unica forza capace di difendere l’automobile tedesca. La questione decisiva, però, non è chi riesca a dare la colpa più rapidamente, ma quale politica permetta alle aziende di restare competitive senza lasciare soli i lavoratori durante la trasformazione. Se la semplificazione dovesse sostituire gli investimenti e l’aggiornamento tecnologico, la promessa di salvare posti di lavoro potrebbe produrre l’effetto opposto: meno investimenti, mercati più stretti e nuove perdite occupazionali.