La Slovacchia non considera oggi la Russia una minaccia. Lo ha dichiarato il 6 ottobre 2026 Robert Kaliňák, vicepremier e ministro della Difesa, difendendo davanti ai giornalisti la linea del governo guidato da Robert Fico. Nella stessa occasione ha invitato la NATO a non trattare ogni violazione dello spazio aereo come un attacco armato.
Le sue parole collocano Bratislava su una posizione diversa da quella di altri governi europei, che descrivono Mosca come un rischio diretto per la sicurezza del continente. Il punto non riguarda soltanto la valutazione politica della Russia: tocca anche il modo in cui l’Alleanza dovrebbe reagire a droni e altri incidenti vicino o dentro il territorio dei suoi membri.
La linea slovacca: relazioni aperte e meno escalation
Kaliňák è una delle figure più influenti di Smer-SD, il partito di governo presieduto da Fico. Da questa posizione ha difeso una politica fondata sul mantenimento di rapporti positivi con la Russia e sulla prevenzione di nuove escalation.
Il ministro ha respinto anche l’analisi del ministro degli Esteri tedesco, secondo cui la principale minaccia alla libertà del continente europeo proviene da Mosca. Per l’attuale governo slovacco, ha spiegato Kaliňák, la Russia di Vladimir Putin non costituisce al momento una minaccia da trattare come tale.
Si tratta di una scelta politica di Bratislava, non di una modifica della dottrina della NATO. Ma la differenza di giudizio ha un peso concreto: la Slovacchia è contemporaneamente membro dell’Unione europea e dell’Alleanza atlantica, istituzioni nelle quali la deterrenza dipende anche dalla capacità dei governi di riconoscere i rischi e di comunicare una posizione comune.
Per i governi che considerano la Russia una minaccia attiva, minimizzare pubblicamente il pericolo può indebolire il messaggio di deterrenza. Per la leadership slovacca, invece, una postura meno conflittuale dovrebbe ridurre il rischio di incidenti più gravi e preservare uno spazio per i rapporti diplomatici. Le dichiarazioni di Kaliňák rendono visibile questa frattura politica senza dimostrare, da sole, un cambiamento nel comportamento dell’Alleanza.
Articolo 4 e articolo 5 non sono la stessa cosa
La parte più delicata dell’intervento riguarda le violazioni dello spazio aereo dei Paesi NATO. Kaliňák ha sostenuto che l’Alleanza non dovrebbe reagire a ogni episodio attivando l’articolo 5, la clausola di difesa collettiva. Come esempio ha citato i droni che entrano nello spazio aereo di uno Stato membro.
L’articolo 5 stabilisce che un attacco armato contro un membro deve essere considerato un attacco contro tutti. Non impone però una risposta militare automatica e identica per ciascun alleato: ogni Stato decide quali misure ritiene necessarie. Il suo significato è quindi insieme operativo e politico, perché l’eventuale ricorso alla clausola segnala che la soglia di un’aggressione è stata oltrepassata.
Secondo Kaliňák, quella soglia non coincide con ogni minaccia percepita o con ogni provocazione. Quando la sicurezza di un membro è in pericolo, ma non si è verificato un attacco armato, il riferimento dovrebbe essere invece l’articolo 4. Questa procedura consente agli alleati di consultarsi quando sono a rischio la sicurezza, l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di uno Stato.
La distinzione offre agli alleati un meccanismo per scambiare informazioni e coordinare una risposta senza dichiarare automaticamente l’esistenza delle condizioni per la difesa collettiva. Non significa tuttavia che un incidente sia irrilevante. La questione politica sta nel decidere quando una serie di intrusioni, lanci o provocazioni supera la soglia di un semplice episodio e diventa parte di una minaccia più ampia.
Il rischio di abituarsi agli incidenti
La posizione slovacca si inserisce in un dilemma che la NATO deve affrontare in ogni crisi: evitare che un singolo incidente faccia precipitare il confronto, senza permettere che violazioni ripetute vengano normalizzate dall’assenza di una risposta.
Una reazione troppo ampia può alimentare l’escalation e trasformare un episodio ambiguo in un confronto diretto. Una risposta troppo debole, al contrario, può ridurre il costo politico di nuove incursioni e mettere alla prova la credibilità delle minacce di deterrenza. La difficoltà consiste nel valutare responsabilità, intenzione, danni e ripetizione degli episodi, non soltanto la loro forma tecnica.
Kaliňák ha parlato della necessità di distinguere tra provocazione e attacco, ma le sue dichiarazioni non identificano l’autore di uno specifico volo di droni e non annunciano una decisione della NATO su un caso concreto. Il loro effetto è soprattutto politico: presentano la prudenza come una barriera contro l’escalation e contestano l’idea che ogni incidente debba essere letto come una prova dell’aggressività russa.
Resta da vedere come questa impostazione si tradurrebbe davanti a episodi più gravi o ripetuti. In quel momento Bratislava dovrebbe trasformare la distinzione tra minaccia, provocazione e attacco in una scelta operativa condivisa con gli alleati. È su quella soglia, più che sulla formula usata in una dichiarazione, che si misurerebbe il peso reale della linea slovacca.
Il servizio di JOJ24 sulle dichiarazioni di Kaliňák