Nel febbraio 2022, con l’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia, il contesto della sicurezza europea è cambiato radicalmente. L’aggressione russa ha imposto agli Stati europei di rivedere le proprie capacità di difesa, rafforzare il fianco orientale della NATO e aumentare gli investimenti nella sicurezza.
In risposta all’attacco, l’Ucraina ha esercitato il diritto di difendersi e ha chiesto sostegno ai propri partner. L’assistenza militare fornita da Stati membri dell’Unione europea, Stati Uniti, Regno Unito e altri Paesi rientra nel diritto di autodifesa individuale e collettiva previsto dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Il trasferimento di armi a Kiev costituisce quindi un aiuto legittimo a uno Stato aggredito e non trasforma automaticamente i Paesi fornitori, l’Unione europea o la NATO in parti dirette del conflitto.
Dal febbraio 2022, il sostegno a Kiev e il limite alla partecipazione diretta
Parallelamente all’invio di aiuti, gli Stati occidentali hanno mantenuto una distinzione precisa tra il sostegno alla difesa ucraina e la partecipazione diretta alle operazioni militari. La NATO ha dichiarato che non invierà truppe in Ucraina e non istituirà una no-fly zone, perché simili misure potrebbero condurre a uno scontro diretto con la Russia.
La stessa impostazione ha guidato le decisioni europee e statunitensi: permettere all’Ucraina di difendersi senza estendere la guerra oltre i suoi confini. L’Unione europea e gli Stati Uniti hanno inoltre continuato a sostenere gli sforzi diplomatici per arrivare a una pace complessiva, giusta e duratura, fondata sulla Carta delle Nazioni Unite e sul diritto internazionale.
In questo quadro, le armi fornite a Kiev hanno anche una funzione di deterrenza. Rafforzando la capacità ucraina di resistere, aumentano il costo di una prosecuzione dell’aggressione e riducono la possibilità per la Russia di imporre i propri obiettivi con la forza. L’indebolimento della difesa ucraina, al contrario, offrirebbe al Cremlino maggiori opportunità per continuare la guerra e intensificare la pressione militare e ibrida sui Paesi europei.
Il 22 e 23 settembre 2026, la nuova offensiva narrativa
Il 22 e 23 settembre 2026, una parte dei media europei filorussi ha rilanciato una lettura opposta, presentando l’assistenza internazionale all’Ucraina come la prova di un presunto desiderio occidentale di entrare in guerra direttamente con la Russia. Tra le testate coinvolte figurano la slovacca Zem&Vek e la norvegese .
Zem&Vek ha sostenuto che l’Unione europea conduca da anni una «vera guerra ibrida contro la Russia». La testata ha riconosciuto che Unione europea, Stati Uniti, NATO e altre organizzazioni forniscono a Kiev ingenti risorse finanziarie e grandi quantità di armi per difenderla dall’invasione russa, ma ha contestato che si tratti soltanto di protezione. Secondo la pubblicazione, le armi occidentali e americane «non solo “proteggono” l’Ucraina, ma attaccano anche il territorio della Federazione Russa, uccidendo russi nel loro Paese».
Il testo di Zem&Vek è disponibile sul sito della testata slovacca. La ricostruzione proposta presenta l’aiuto militare a Kiev come una partecipazione occidentale alla guerra e sostituisce il rapporto tra causa e conseguenza: il conflitto non è nato dalla fornitura di armi all’Ucraina, ma dall’invasione russa che ha preceduto la richiesta di sostegno da parte dello Stato aggredito.
ha seguito una linea analoga. Il media norvegese ha affermato che i leader europei «non parlano mai di come evitare la guerra o di come raggiungere la pace», ma «incitano sempre più alla guerra», descritta come una possibile «catastrofe storica per l’Europa» qualora iniziasse. Anche questa posizione interpreta la politica di deterrenza e il rafforzamento della difesa come preparazione a un conflitto, invece che come risposta a un’aggressione già in corso.
La posizione di NATO, Unione europea e Stati Uniti
Le azioni concrete delle istituzioni e degli Stati occidentali smentiscono il quadro delineato dalle due pubblicazioni. NATO, Unione europea, Stati Uniti, Regno Unito e gli altri Paesi che sostengono Kiev non stanno inviando propri reparti a combattere in Ucraina e hanno indicato il rischio di uno scontro diretto con le forze russe come ragione per non oltrepassare quella soglia.
La loro politica combina dunque due obiettivi: fornire all’Ucraina i mezzi per difendersi e impedire che la guerra si allarghi oltre il territorio ucraino. Il rafforzamento delle capacità militari di Kiev e della difesa europea serve a dimostrare alla leadership russa l’assenza di prospettive nel perseguire obiettivi politici con la forza, non a preparare un attacco contro la Russia.
La tesi secondo cui interrompere gli aiuti militari avvicinerebbe la pace ignora invece le conseguenze per la sicurezza europea. Una difesa ucraina più debole aumenterebbe le possibilità del Cremlino di proseguire l’aggressione e trasferire una quota maggiore dei rischi direttamente sui Paesi dell’Unione europea e della NATO. Il sostegno a Kiev è quindi anche una componente della protezione della sicurezza europea e un mezzo per ridurre la capacità russa di intensificare il conflitto.
La situazione al 23 settembre 2026
Con i contenuti diffusi il 22 e 23 settembre 2026, Zem&Vek e hanno cercato di trasformare l’assistenza militare all’Ucraina in una prova del presunto intento occidentale di combattere contro la Russia. La posizione raggiunta dalla sequenza resta invece questa: l’aiuto a Kiev è esercizio del diritto di autodifesa e strumento di deterrenza, mentre NATO e Stati occidentali mantengono il limite della non partecipazione diretta e sostengono al tempo stesso gli sforzi diplomatici per una pace fondata sul diritto internazionale.