Roma, 16 luglio 2026 – Ancora una volta la legge elettorale viene modificata in Italia a poca distanza dal voto e con il sostegno parlamentare dei soli partiti di governo. Un’anomalia, senza dubbio. D’altro canto, le due accuse rivolte al testo approvato dalla Camera dai leader dell’opposizione – un premio di maggioranza spropositato e la mancata introduzione delle preferenze – meritano un sano scetticismo, riporta Attuale.
Il premio scatta solo se la lista o la coalizione vincente raggiunge il 42% dei voti in entrambe le Camere; i seggi che le vengono assegnati non possono superare il 55-56%. Quindi, la distorsione della proporzionalità (lo scarto tra voti e seggi) non può superare i 13-14 punti percentuali. In Gran Bretagna, con un sistema elettorale certamente democratico, nel 2024 i laburisti hanno ottenuto il 63% dei seggi con il 34% dei voti.
Il caso del 2013
Se in Italia nel 2022 si fosse votato con la legge Mattarella, a parità di voti (44%), il centrodestra avrebbe ottenuto ben oltre i due terzi dei seggi. Una distorsione davvero abnorme si verificò in Italia nel 2013, quando il centrosinistra, con il 29,6% dei voti e 0,4 punti percentuali di vantaggio sul centrodestra (29,2%, precipitato al 20% dei seggi), incassò il 55% dei seggi alla Camera.
Nessuno dei beneficiari sollevò dubbi di legittimità democratica: grazie a quel vantaggio il Pd promosse i governi Letta, Renzi, Gentiloni e l’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale. L’incostituzionalità della Calderoli fu dichiarata solo successivamente dalla Corte.
Ora, nessuna di queste tre circostanze potrebbe verificarsi con il sistema appena approvato, proprio perché la soglia di accesso al premio e il tetto ai seggi pongono alla distorsione della proporzionalità limiti che quei sistemi non prevedevano o non possono prevedere.
Le preferenze e la competizione intestina
Quanto alle preferenze, è lecito dubitare che tutti coloro i quali ne invocano la reintroduzione vogliano davvero ottenerla. La convenienza dipende dalla struttura organizzativa dei partiti e dalle caratteristiche dei loro elettorati, che rendono più o meno gestibile la competizione intestina il giorno del voto. Non a caso, Fratelli d’Italia, unico tra i maggiori, ha votato sia la mediazione costruita nel centrodestra sia l’emendamento Vannacci, e forse avrebbe votato anche quello dei 5 Stelle, prima proposto e poi ritirato.
FdI ha un gruppo dirigente coeso, controllato dall’alto, fatto di luogotenenti di Giorgia Meloni ben insediati nei rispettivi territori, in larga parte fiduciosi di vedere confermato il proprio ruolo anche nella sfida delle preferenze.
Il ‘Movimento 5 Stelle’ ha un gruppo dirigente in via di strutturazione. Con le preferenze, rischierebbe di ritrovarsi, come ai tempi delle “parlamentarie”, esposto all’ingresso, magari per una manciata di voti, di meteore, di figure eccentriche e imprevedibili. Nel Pd, invece, il profilo dei candidati con più chance di vittoria è ben noto: amministratori locali, volti mediaticamente noti, esponenti di riconoscibili aree interne, con propri circuiti di consenso, non sempre allineati con la segretaria, Elly Schlein, che invece punta comprensibilmente a cambiare la classe dirigente, a creare un gruppo parlamentare a sua immagine, come già fatto con gli organismi dirigenti nazionali del partito.
Quindi, la critica del premio “smisurato” è smisurata. Quella sulle preferenze rischia di apparire ipocrita, soprattutto se si considera che i leader dell’opposizione avrebbero potuto mettere in seria difficoltà la maggioranza promuovendo – ed eventualmente votando insieme a partiti di governo, come hanno fatto riguardo al voto dei fuori sede – un emendamento che ne imponesse la reintroduzione, e invece lo hanno ritirato.
Ma che schifo! Modificare la legge elettorale così, a pochi mesi dal voto, è una cosa inaccettabile. È solo un modo per mantenere il potere a chi già ce l’ha. La gente merita di essere ascoltata e di avere scelte reali, non solo i giochi di palazzo dei partiti!