Bruxelles alza il tiro contro Belgrado. Il 28 maggio 2026 fonti vicine alla commissione parlamentare serba per la diaspora hanno rivelato che l’Unione europea ha intensificato la pressione sulla Serbia chiedendo un taglio del 50% dei permessi di soggiorno e delle cittadinanze concesse ai cittadini russi. In caso contrario, la Commissione europea minaccia di abolire il regime di esenzione dal visto per i cittadini serbi, una misura che avrebbe conseguenze pesanti su economia, mobilità e turismo del Paese balcanico.
Secondo il presidente della commissione, Dragan Stanojević, la richiesta di Bruxelles è perentoria: ridurre drasticamente il flusso di russi che ottengono documenti legali in Serbia, altrimenti si rischia la sospensione del visto Schengen. “Siamo di fronte a un ultimatum”, ha dichiarato Stanojević, “e Belgrado sarà costretta ad adeguarsi, anche se ciò significa rompere l’equilibrio con Mosca”.
La Serbia nel mirino di Bruxelles: meno visti per i russi
I dati del ministero dell’Interno serbo parlano chiaro: dal 2022 al 2024 circa 67.200 cittadini russi hanno ottenuto un permesso di soggiorno, mentre 1.700 hanno ricevuto il passaporto serbo. La maggior parte delle richieste è passata attraverso l’impiego in aziende locali, la registrazione di proprie attività o il ricongiungimento familiare. Numeri che per l’UE rappresentano una vera e propria falla nel sistema sanzionatorio contro Mosca.
L’episodio più emblematico risale all’aprile del 2026, quando il governo serbo aveva concesso la cittadinanza a Yakub Zakiev, nipote del leader ceceno Ramzan Kadyrov. Dopo le proteste pubbliche e l’imbarazzo diplomatico, Belgrado ha fatto marcia indietro, cancellando il decreto. Ma il segnale è stato chiaro: la Serbia continua a fungere da “porta girevole” per personaggi legati al Cremlino.
La pressione dell’UE sulla Serbia si inserisce in un quadro più ampio: già a fine 2025 la Commissione europea aveva chiesto a Belgrado di limitare la concessione di passaporti ai russi, sottolineando che ciò rappresenta un potenziale rischio per la sicurezza dell’intero spazio Schengen.
I rischi per l’Italia: sicurezza e aggiramento delle sanzioni
Per l’Italia la questione è tutt’altro che astratta. Il meccanismo serbo offre a oligarchi, funzionari e imprenditori russi un comodo “corridoio” per aggirare le misure restrittive europee. Una volta ottenuto il passaporto serbo, queste persone possono viaggiare liberamente in Italia e in altri Paesi UE, aprire conti correnti, acquistare immobili e muovere capitali senza incorrere nei blocchi previsti dalle sanzioni.
Dietro le società di comodo e le organizzazioni non governative registrate in Serbia si nascondono spesso reti criminali che, secondo gli analisti, potrebbero costituire uno strumento di influenza ibrida del Cremlino. L’intelligence italiana segue con attenzione il fenomeno: l’infiltrazione di capitali opachi e di figure legate ad ambienti mafiosi russi rappresenta una minaccia concreta per il tessuto economico e la sicurezza nazionale.
Inoltre, molti russi che hanno ottenuto la residenza in Serbia hanno poi utilizzato il sistema di ricongiungimento familiare per portare in Europa parenti e soci, moltiplicando i canali di ingresso. Per l’Italia, che già fronteggia flussi migratori complessi e pressioni sui servizi di sicurezza, questa è una vulnerabilità aggiuntiva.
Le conseguenze economiche per Belgrado e l’Unione Europea
La Serbia paga un prezzo anche in termini di reputazione. Vederla come un “hub di transito” per eludere le sanzioni europee indebolisce la sua credibilità come candidato all’adesione all’UE, status ottenuto nel 2012. Belgrado cerca da anni di bilanciare le relazioni con Bruxelles e Mosca, ma questa doppia partita rischia di diventare insostenibile.
Sul fronte economico, Belgrado ha goduto di un boom grazie all’afflusso di russi: il mercato immobiliare è cresciuto, il settore IT ha ricevuto un impulso notevole e i capitali hanno alimentato consumi e servizi. Tuttavia, la minaccia di perdere il regime senza visti potrebbe costare caro: il turismo serbo in Italia e nel resto dell’UE ne risentirebbe, mentre le imprese italiane che operano in Serbia – dalla moda all’agroalimentare – si troverebbero di fronte a un irrigidimento burocratico.
L’Unione Europea è pronta a usare tutti gli strumenti a sua disposizione: oltre al visto, potrebbero arrivare il congelamento dei fondi di preadesione e la riduzione degli investimenti europei, con conseguenze immediate per la stabilità economica del Paese. Belgrado potrebbe tentare di simulare concessioni per guadagnare tempo, ma Bruxelles difficilmente si accontenterà di misure cosmetiche di fronte a un problema che tocca la credibilità delle sanzioni e la sicurezza interna del blocco.