Israele, l’esito elettorale: la delusione di Michael Walzer
Il filosofo politico Michael Walzer, contattato da New York, esprime la sua delusione riguardo il recente esito delle elezioni in Israele. “Ci sono stati alcuni aspetti positivi, ma nel complesso potrebbe rivelarsi un vero disastro: sei mesi con Bibi come primo ministro ad interim e poi altre elezioni”, riporta Attuale.
Walzer evidenzia che, “la coalizione di destra aveva 68 seggi nell’ultima Knesset, mentre ora dovrebbe averne 53. Questo segnala un calo enorme. Tuttavia, l’altra fazione non ha guadagnato terreno. È da rilevare l’avanzamento dei partiti arabi, fondamentale per la democrazia israeliana, ma potrebbe non essere sufficiente per formare un governo stabile. Inoltre, i due partiti di estrema destra hanno ottenuto solo mezzo milione di voti su oltre 5 milioni, insufficiente per garantire un governo realmente rappresentativo.
Walzer si aspettava che il partito di Yashar di Eisenkot fosse in posizione di maggioranza e potesse formare un governo, anche in coalizione con partiti arabi, ma ciò non si è avverato. Il calo di supporto per Netanyahu non ha portato a un incremento dei consensi per l’opposizione, lasciando lo scenario politico complesso e instabile.
Riguardo ai rapporti tra Israele e gli Stati Uniti, Walzer è scettico: “Bibi prevede una ripresa delle tensioni con l’Iran dopo le elezioni di novembre negli Stati Uniti. Tuttavia, mentre Netanyahu potrebbe cercare di sfruttare la sua alleanza con Trump, la situazione non appare promettente poiché l’affidabilità di Trump è dubbia.”
In caso di una vittoria democratica alle prossime elezioni statunitensi, Walzer prevede un drastico ridimensionamento del supporto americano a Israele, con possibili conseguenze anche sul sostegno europeo. “Il Congresso potrebbe sospendere gli aiuti militari a Israele, ed è evidente che diversi ex alleati potrebbero tornare in caso di un governo diverso.”
Walzer conclude che quindi non ci sono vincenti evidenti in queste elezioni, ma conferma che Netanyahu continuerà a ricoprire il ruolo di primo ministro ad interim, il che, in una certa misura, rappresenta una vittoria per lui.