Missili e minacce: Trump frena l’attacco

20.06.2025 00:15
Missili e minacce: Trump frena l'attacco

Israele, 240 feriti, un ospedale colpito. L’Europa intensifica la pressione diplomatica: oggi vertice con l’Iran in Svizzera, riporta Attuale.

DAL NOSTRO INVIATO 
TEL AVIV
In un lasso di tempo di due settimane (al massimo), Donald Trump deve decidere se intervenire militarmente contro l’Iran, ma questo periodo coincide con le due settimane di incertezza previste dal governo israeliano in merito all’operazione «Leone che sorge».

Il presidente degli Stati Uniti ha scelto di attendere, come sottolineato dalla portavoce Karoline Leavitt, lasciando aperta la possibilità di una sorpresa per il regime iraniano. Secondo quanto riporta Bloomberg, il Pentagono sarebbero pronto a dare il via all’operazione già nel fine settimana. Restano, tuttavia, in primo piano «le concrete possibilità di negoziare»: Steve Witkoff, l’inviato per il Medio Oriente, ha mantenuto contatti diretti con Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri iraniano, che oggi avrà un incontro a Ginevra con i rappresentanti di Francia, Germania e Gran Bretagna, insieme a Kaja Kallas, in veste di capo della diplomazia europea.

All’alba, sirene hanno risuonato su tutto il territorio israeliano. Alcuni missili lanciati dai pasdaran sono riusciti a bypassare il sistema di difesa, centrando l’ospedale Soroka a Beersheva, il più grande del Sud, costringendo all’evacuazione dei pazienti. Altri edifici a Tel Aviv hanno subito danni, e l’esercito accusa le forze iraniane di aver impiegato armi a grappolo: i feriti sono 240, di cui almeno quattro in condizioni gravi. «Il dittatore Khamenei è un moderno Hitler e non può continuare a esistere», ha dichiarato Israel Katz, ministro della Difesa. Netanyahu, in un’intervista a un canale pubblico, ha affermato: «Non stiamo solo cambiando il volto del Medio Oriente, ma anche quello del mondo. Siamo vicini a una grande vittoria», ma non ha specificato quanto. Ha aggiunto: «Quando entri in conflitto, non sai mai quanto durerà».

Nei piani di Netanyahu, c’è sempre stata l’aspettativa di un supporto diretto da parte dell’alleato americano. Solo le forze aeree statunitensi possiedono la capacità di trasportare e lanciare le testate GBU-57 da 14 tonnellate, sebbene anche l’aviazione israeliana stia esplorando soluzioni autonome. «Siamo in grado di colpire tutti i centri nucleari iraniani, anche senza aiuti esterni», ha aggiunto Netanyahu.

Ieri è stato distrutto il reattore di Arak, come testimoniato da immagini satellitari che mostrano un cratere sulla cupola bianca. I jet israeliani hanno continuato a colpire obiettivi in Iran, comprese le basi militari dei pasdaran in zone isolate. «La caduta del regime è una questione che riguarda il popolo iraniano», ha spiegato il primo ministro israeliano, escludendo questa come uno degli obiettivi ufficiali della guerra, ma ha aggiunto che potrebbe essere un risultato dell’offensiva. Durante una visita all’ospedale Soroka, ha avvertito: «Neppure Khamenei è immune». Naim Qassem, leader di Hezbollah, ha dichiarato che l’organizzazione agirà «in modo appropriato» per affrontare «questa odiosa aggressione americano-israeliana», aggiungendo: «Non siamo neutrali tra i diritti legittimi dell’Iran e la malvagità dell’America e la sua aggressione con Israele».

Prima della comunicazione dalla Casa Bianca, Trump ha convocato il consiglio di Sicurezza Nazionale e ha incontrato David Lammy, il ministro degli Esteri britannico. Secondo le indiscrezioni dell’agenzia Axios, il presidente desidera garanzie che un intervento americano possa avere effetti decisivi, assicurandosi che le operazioni statunitensi possano realmente disattivare il sito di Fordow, situato in profondità nella montagna. Chiede anche garanzie agli strateghi: essendo stato eletto promettendo di mantenere gli Stati Uniti lontani da conflitti esterni, non può permettersi di essere coinvolto in una guerra di lunga durata in Medio Oriente. Come ha sottolineato Netanyahu: «Sai quando entri, ma non sai quando esci».

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