Nel nome di Dio: la religione come arma dei leader

24.06.2025 06:46
Nel nome di Dio: la religione come arma dei leader

Bombe e preghiere: una riflessione sulla religione nelle guerre moderne

Mattioli

Bombe e preghiere. Nei cieli non si levano soltanto missili, ma anche richieste divine, o sventure, a seconda della prospettiva adottata. Ultimo tra i leader, Benjamin Netanyahu, primo ministro di uno stato laico, ha invocato a favore del suo alleato Trump mentre si prepara alla guerra: “Possa Dio benedire, custodire, proteggere e aiutare, esaltare ed elevare in alto il presidente degli Stati Uniti, per aver accettato il compito di scacciare il male e le tenebre dal mondo”, riporta Attuale.

Mai come in questo periodo, caratterizzato da conflitti incessanti, si è assistito a un aumento delle preghiere. È da interrogarsi se queste guerre sante siano realmente noble battaglie, o se al contrario possano apparire insensate. Netanyahu, i suoi avversari musulmani a Gaza e oltre, e persino la guida suprema Khamenei, ora recluso nel suo bunker, pregano in simultanea. Quest’ultimo, primo a dover implorare Dio, guida una teocrazia che opera e reprime in suo nome.

Al momento, Trump non sembra intensificare le sue suppliche per motivi bellici. Una recente immagine diffuse sui social, che lo ritrae con le mani giunte in preghiera in una chiesa, si è rivelata un falso. Si osserva che la sua mano destra ha sei dita, una stranezza che suscita curiosità: è un errore dell’intelligenza artificiale oppure un segno miracoloso? La storia americana è intessuta di religiosità, con i giuramenti presidenziali fissati sulla Bibbia e la dicitura “In God we trust” stampata sui dollari. Finora, non si è mai visto un presidente ateo o agnostico; anche Trump ha inziato una delle prime riunioni del gabinetto con una preghiera collettiva nello Studio Ovale.

Frattanto, il patriarca Kirill, seguendo la tradizione della Chiesa ortodossa russa, continua a ripetere che l’invasione dell’Ucraina è una “guerra santa”.

A proposito dell’Iran, la memoria ci riconduce a una foto in bianco e nero del primo febbraio 1979. Siamo all’aeroporto internazionale di Teheran, dove Khomeini, settantasettenne e apparentemente fragile, sbarca dall’Air France, tornando dall’esilio parigino dopo la caduta dello Scià. Quei religiosi con le barbe lunghe, che allora sembravano provenire da un’altra epoca, hanno cambiato il corso della storia, riportando la religione nel dibattito politico internazionale. La fede non è più un fatto privato, e la secolarizzazione globale è un’illusione: la religione ha riacquisito un ruolo politico cruciale. L’Aldilà ha un peso significativo sulla vita terrena, e la distinzione tra Iran sciita e i suoi vicini sunniti dà vita a tensioni paragonabili alle guerre di religione europee.

L’Europa, più laicista che laica e comunque distante dalla cristianità, si presenta come un fragile vaso di coccio tra quelli di ferro. Nonostante un’opinione pubblica proiettata verso il pacifismo, esiste una dottrina della guerra giusta, risalente ai tempi di Sant’Agostino, il quale elogiava i romani per la loro capacità di combattere giustamente. Tuttavia, le distorsioni del concetto possono condurre a espressioni come “Gott mit uns”, rendendo il cammino allarmante e scivoloso. Ci siamo illusi che le guerre fossero un capitolo chiuso e che le religioni le ripudiasse per definizione; ora, però, assistendo agli avvenimenti al di fuori della nostra “illusione piacevole”, ci rendiamo conto di trovarci in una situazione difficile e incerta, senza sapere a quale forza o santo affidarci realmente.

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