Nelle prigioni di Putin, la voce di Davidis da Vilnius: un’analisi sulla Russia oppressa

09.09.2025 13:35
Nelle prigioni di Putin, la voce di Davidis da Vilnius: un'analisi sulla Russia oppressa

Intervista a Sergey Davidis: La lotta per i diritti umani dal suo esilio in Lituania

Un incontro intimo nel centro di Vilnius accoglie Sergey Davidis, co-presidente dello Human Rights Defense Center Memorial e responsabile del progetto Support for Political Prisoners. In esilio in Lituania da tre anni con la sua famiglia, Davidis racconta le difficoltà che ha affrontato nel mantenere attivo il suo lavoro sui diritti umani in Russia. Con l’avvicinarsi del vertice tra Putin e Trump previsto per il 15 agosto, dichiara seccamente: “Non c’è molto da attendersi. Putin non cerca compromessi, Trump cerca solo riflettori”, riporta Attuale.

Quando ha capito di dover lasciare la Russia?
«Il peggioramento è iniziato già nel 2020, con gli emendamenti costituzionali. Subito dopo hanno introdotto un enorme pacchetto di leggi repressive. La struttura di Navalny è stata dichiarata “estremista”, rendendo criminale chiunque la sostenesse. Le leggi sugli “agenti stranieri” e sulle “organizzazioni indesiderate” hanno colpito chiunque fosse attivo pubblicamente. Così, Memorial si è trovato in una posizione insostenibile. Quando abbiamo classificato come prigionieri politici alcune persone condannate per “terrorismo”, il Procuratore ha presentato dichiarazioni al tribunale accusandoci di giustificare il terrorismo. In teoria e in pratica, persone sono già finite in carcere per questo».

Il 24 febbraio ha segnato l’inizio dell’invasione. Con l’entrata in vigore di nuovi reati come la «diffusione di informazioni false sull’esercito» e il «disonorare l’esercito», chiunque critichi la guerra commette un reato. «Per noi era impossibile. Ogni detenuto accusato con queste leggi veniva considerato prigioniero politico. Ma per spiegarne il motivo, avremmo dovuto ripetere le sue parole, diventando passibili dello stesso reato. Il 1° marzo 2022, la polizia fa irruzione negli uffici di Memorial a Mosca, a seguito di un procedimento contro un collega accusato di terrorismo per il suo lavoro sui diritti umani. Il 6 marzo, dopo voci di chiusura delle frontiere, lascio la Russia in macchina con moglie e figlie, stabilendomi in Lituania».

Quanti sono oggi i prigionieri politici?
«Dipende da come si contano. La nostra lista, basata sui criteri PACE del Consiglio d’Europa, registra poco più di 1000 casi. OVD-Info ne identifica circa 1600. Se allarghiamo a chiunque sia detenuto per motivazioni politiche, stimiamo 3700 persone. Noi cerchiamo di aiutarli. Inoltre, ci sono i civili ucraini rapiti: almeno settemila, deportati in Russia senza accuse formali, spesso senza nome. Li conosciamo solo grazie agli scambi di prigionieri. Tutti gli altri restano invisibili». I minori rapiti dai territori occupati dell’Ucraina non rientrano nelle nostre liste poiché non sono tecnicamente privati della libertà: risultano affidati a famiglie o tenuti in orfanotrofi. Le manifestazioni per liberare Navalny nel 2021 sono state imponenti, ma non hanno prodotto risultati. La repressione è asfissiante.

Ha vinto il conformismo?
«Non è conformismo spontaneo, è il risultato di 25 anni di strangolamento. Putin ha distrutto ogni spazio di libertà: media indipendenti, ONG, partiti. Ha eliminato i punti di cristallizzazione della società, così oggi non esistono luoghi dove incontrarsi o organizzarsi. Perfino adolescenti di 14 anni sono finiti in carcere per tentativi di attivismo. Non è entusiasmo, è sopravvivenza. La gente si adatta per paura».

Perché Navalny è tornato in Russia?
«Non tornò per morire, ma per stare con il suo popolo. Non posso parlare per lui, ma è possibile che Nelson Mandela sia stato un modello. Era un talento raro, capace di mobilitare i giovani e di trasformare ogni occasione in un risultato. Rimaneva il principale nemico di Putin anche in carcere. Lo temevano tanto da perseguire chi aveva fatto piccole donazioni alla sua fondazione, tre o quattro anni fa. La sua morte, nel febbraio 2024, è stata una sconfitta, ma ha mostrato che un’altra Russia esiste».

E l’opposizione oggi?
«Quando non c’è alcuna prospettiva di successo, è naturale che i conflitti interni crescano. Piccoli nuclei divisi discutono fra loro, ma non incidono sul regime. Se manca la speranza di vittoria, prevale la lotta intestina. È ciò che il potere desidera».

Come si giustifica il regime agli occhi dei cittadini?
«All’inizio era solo una dittatura corrotta, ma nel tempo ha cercato una base ideologica. Ha trovato nelle tradizioni e nella storia un nuovo sostegno. Lo Stato è presentato come superiore all’individuo; l’obbedienza è virtù, e la grandezza nazionale conta più della libertà. Questo schema, radicato nell’eredità imperiale e militare russa, dà potere al regime».

Perché Putin ha scelto la guerra?
«È stata la decisione di un uomo solo. Nemmeno il Consiglio di Sicurezza era unanime sul riconoscere le repubbliche separatiste. Non c’era domanda sociale. L’errore dell’Europa è stato accettare l’annessione della Crimea senza reazione, aprendo la strada al 24 febbraio 2022».

Il regime è solido?
«C’è un proverbio russo: non si può stare troppo a lungo seduti sulla baionetta. Putin oggi sembra solido, ma nulla è inevitabile. Non è il leader storico che qualcuno descrive. È spietato, ma non invincibile. L’economia vive di materie prime, e lo Stato finanzia esercito e polizia senza la società civile. La guerra logora, e la mobilitazione riduce la forza lavoro. Eventi imprevedibili, come la marcia di Prigožin, dimostrano che il potere non è intoccabile».

E l’Europa?
«L’Unione Europea parla di valori, ma li difende solo quando non costano. Putin lo sa e si sente incoraggiato. Il diritto internazionale non si difende da solo; senza forza rimane lettera morta».

L’ambizione di contenere la violenza attraverso il diritto vive una crisi drammatica
«Se l’Occidente non ritrova la sua determinazione, Putin non si fermerà».

Quali contributi per una pace giusta?
«People First è la campagna lanciata da due premi Nobel per la Pace: il Center of Civil Liberties di Kyiv e Memorial di Mosca. Qualsiasi negoziato deve iniziare dalla liberazione di tutti i prigionieri: di guerra, ostaggi civili, prigionieri politici. Non è solo umanità, è politica».

Un consiglio di lettura per capire la Russia?
«Il placido Don di Šolochov sulla guerra civile, Vita e destino di Grossman, e Avamposto di Glukhovsky. Tre specchi che aiutano a capire una Russia di contraddizioni».

Mentre il caffè si anima e la pioggia cessa, le parole di Davidis tracciano una realtà cruda. Il regime è spietato, ma non inevitabile. La lotta per la memoria e la giustizia continua, e il lavoro di Davidis ricorda che la libertà richiede vigilanza costante. Qualche giorno dopo il nostro incontro, un tribunale moscovita ha condannato in absentia Sergey Davidis a 6 anni di reclusione per il reato di giustificazione del terrorismo.

1 Comment

  1. Che situazione tragica… La realtà dei diritti umani in Russia è spaventosa. E vedere come i cittadini si adattino per paura è davvero deprimente. La democrazia sembra un sogno lontano, eppure ci sono ancora persone come Davidis che lottano per la giustizia. È un segno di speranza in mezzo a tanta oscurità.

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