DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
GERUSALEMME – Con un tono di voce affaticato, avverte i giudici della sua impossibilità a restare in aula, dichiarando di essere «ammalato». Poche ore dopo, abbraccia Javier Milei, il presidente argentino, e, tra un sorriso e un colpo di tosse, commenta: «Ci stiamo infettando», riporta Attuale. Benjamin Netanyahu si è sforzato di trasmettere un senso di normalità, nonostante le circostanze, durante le ultime 48 ore prima dell’attacco, mentre affronta le sue sfide legali e cerca di mantenere il potere. Mercoledì è passato in Knesset per evitare la diserzione minacciata dai partiti ultraortodossi riguardo al servizio militare obbligatorio per gli studenti delle scuole rabbiniche.
LA GUERRA ISRAELE-IRAN, IN DIRETTA
Un abile politico è anche un maestro nell’arte della recitazione. Questo lo ha appreso dagli statunitensi — conseguito un master al MIT di Boston e poi ambasciatore presso le Nazioni Unite — e ha portato questo approccio nella politica israeliana circa trent’anni fa, che riteneva troppo provinciale, dove i primi ministri parlavano l’inglese con accento sabra. Il suo inglese, fluente, rivela le sue radici statunitensi. Mentre continua a ostentare un atteggiamento di «normalità» — tra incontri e video indossando occhiali da sole e blazer blu — Bibi è già consapevole della decisione presa: l’ordine d’attacco è stato eseguito lunedì e il raid a cui pensa dal 2009, da quando è ritornato al potere, sta per realizzarsi, con i bombardieri pronti al decollo. Lo stesso lunedì, ha conversato per 40 minuti al telefono con Donald Trump, un presidente degli Stati Uniti che considera un amico; in questa conversazione potrebbe aver rivelato l’intento audace: Israele è pronto a colpire il programma nucleare iraniano anche senza il supporto americano, almeno nella fase offensiva.
Un nuovo paradigma
Netanyahu è fermamente convinto — lo ha ripetuto più volte — di avere l’opportunità di trasformare il Medio Oriente, utilizzando carrarmati e bombe per creare un nuovo ordine regionale. Ben Caspit, uno dei giornalisti più informati, riferisce che durante una riunione riservata, il primo ministro appariva «euforico», come descritto dai suoi consiglieri: «È esaltato dall’idea che lo scontro con l’Iran segni la fine dell’era dei conflitti. Che stati come Arabia Saudita, Libano e Siria si uniscano agli Accordi di Abramo.». Durante la notte dell’attacco, si è rivolto agli iraniani dicendo: «Non siete i nostri nemici; il vostro vero avversario è il regime che vi opprime. Ribellatevi e fate sentire le vostre voci. Il nostro attacco mira al programma nucleare, ma vi offre anche un varco verso la libertà.». Gli analisti ipotizzano che il primo ministro miri a indebolire il regime degli ayatollah, sperando in un cambiamento interno significativo.
Idea nata 16 anni fa
Sei anni fa, il primo ministro più longevo di Israele aveva concepito l’idea di un blitz con Ehud Barak al ministero della Difesa, figura che considera un mentore sin dai tempi in cui servivano insieme nell’unità d’élite Sayeret Matkal. Entrambi sono d’accordo che sia giunto il momento di agire, per prevenire che Teheran oltrepassi la soglia nella produzione di uranio arricchito, idoneo per realizzare una bomba. Ma il consenso non è universale: Gabi Ashkenazi, capo di Stato Maggiore, ha risposto che l’aviazione e le forze armate non sono pronte, affermando che l’ordine impartito dal primo ministro per avviare la preparazione è illegittimo senza una deliberazione formale di tutto il governo. Meir Dagan, ex capo del Mossad, una volta in pensione ha dichiarato in un’intervista alla CBS che «colpire l’Iran era l’idea più insensata che avessi mai sentito». Soprattutto, Barack Obama, allora presidente, era incline a considerare la negoziazione con gli ayatollah come la soluzione più efficace. Di conseguenza, i piani per l’operazione rimasero chiusi nel cassetto e l’amicizia con Obama si deteriorò, portando Netanyahu a considerarlo un «pericolo per la democrazia israeliana».
Netanyahu, appassionato lettore di Winston Churchill e custode dei volumi sulla Seconda guerra mondiale nel suo ufficio, si è costantemente identificato come l’unico leader capace di proteggere lo Stato ebraico, presentandosi come un simbolo di sicurezza, un’immagine che subì una perdita di credibilità il 7 ottobre 2023, quando terroristi palestinesi invasero il sud del paese all’alba, attaccando i villaggi circostanti alla Striscia di Gaza, massacrando giovani al rave e sorprendendo i soldati nel sonno.
Questa operazione contro Teheran ha anche lo scopo di cancellare una tragedia della sua biografia, quella per la quale non ha mai preso responsabilità. Vuole dimostrare la sua determinazione contro un ritorno ai tempi bui per il popolo ebraico. Dietro l’«euforia» a porte chiuse, si cela una visione preoccupante di una guerra perenne (quella a Gaza dura da 19 mesi e ha portato all’uccisione di oltre 55.000 palestinesi), con una nazione sempre sotto assedio.